The penultimate collaboration between Hugo von Hofmannsthal and Richard Strauss, Die Aegyptische Helena (The Egyptian Helen), is on stage for the first time at La Scala and for only the second time in Italy since the 1928 premiere in Dresden. The librettist had proposed to the composer the Hellenistic subject of the beautiful Helena, the woman for whom the Trojan War had broken out, but the text combines the Homeric myth with Euripides. Returning from Troy, Helen's husband Menelas plans to kill the woman who betrayed him, but sorceress Aithra prevents the crime by causing his ship to wreck on a rocky island near Egypt. There the king drinks a potion that makes him believe that Helen never left (with Paris there was a phantasmic image of her) and that she has been asleep all this time. Now she is returned to her husband as faithful and beautiful as ever. The result is the reconciliation of the couple after an episode involving desert warriors led by Altair and his son Da-ud.

Thomas Hampson (Altair), Andreas Schager (Menelas) and Attilio Glaser (Da-Ud) © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Thomas Hampson (Altair), Andreas Schager (Menelas) and Attilio Glaser (Da-Ud)
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala

Almost a contemporary of Intermezzo, the other bourgeois drama talking of a married couple's crisis, here the story of the spouses is interspersed with fantastic elements such as magic potions, elves and mirages. In his witty libretto, Hofmannsthal wants to make fun of the psychological element, including the opposing characters of tragedy and comedy, myth and history. Consequently, the musical vocabulary is very varied and rich in melodies, even if a rigid boundary between arias and recitatives is never well defined: everything is based on a free-flowing arioso that adapts to the different situations. Despite a massive orchestra, the music is light and has an exotic colour, well highlighted by conductor Franz Welser-Möst, a Straussian specialist who returns to the Milanese theatre a few months after Ariadne auf Naxos. Under his baton the instruments bring the luxuriant score to life, a score that recalls the exoticism of Salome, even if its dramatic climaxes are rarely reached here. On the contrary, the orchestra is extraordinarily transparent, for example when Helen's appearance in the first act occurs on a waving motif that recalls the beginning of Wagner's Ring or when we are reminded that we are in the 1920s and sharp dissonances back the character of Da-ud.

Eva Mei (Aithra), Andreas Schager (Menelas) and Ricarda Merbeth (Helen) © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Eva Mei (Aithra), Andreas Schager (Menelas) and Ricarda Merbeth (Helen)
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala

The difficult task of balancing the pit with the voices on stage is achieved by the Austrian conductor, thanks also to outstanding performers. The standout performance was Andreas Schager's Menelas, a true Heldentenor who combines impressive sound power with dazzling colour. One of the most renowned Siegfrieds of our day, in the tiring role of the Spartan king he has never shown a moment of fatigue. His counterpart was another Wagnerian singer (soon Brünnhilde in Madrid), Ricarda Merbeth, who represents the woman of beauty par excellence. The theme of beauty is the major focus in a libretto where the words schöhne, schöhnste, Schöhnheit are obsessively repeated more than thirty times. With long blonde hair and wearing a sparkling blue sequin dress, the German soprano concentrated the seductive charm of the character in her voice and even if excessively vibrated the timbre was luminous and the high register sure. Eva Mei was the sorceress Aithra, the seductive side of magic, at ease in the German language even if the voice was not always able to overcome the orchestra. Thomas Hampson's diction was flawless. The American baritone made the best use of his vocal means and although he had to renounce to some high notes, he managed to outline the character of Altair with great elegance. The choir, set in the theatre side boxes and prepared by Bruno Casoni, were rather effective.

In Sven-Eric Bechtholf's staging one admired the ability to give consistency to this outlandish story by playing the card of irony: the set, designed by Julian Crouch, is made of a huge radio set from the 1930s that serves as the Omniscient Mussel, a gigantic copy of the device on which Aithra and her maids listen to the news of the couple returning from Troy. In the second act the inlaid briar box opens to reveal its inside mechanism that enclose the desert warriors. Josh Higgason's video projections, Fabrice Kebour's light designs and Mark Bouman's elegant costumes in Art Deco-style for the female characters make this rarity particularly attractive.

<i>Die Aegyptische Helen</i> at the Teatro Alla Scala © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Die Aegyptische Helen at the Teatro Alla Scala
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala

Approda alla Scala la nave di Menelao. A bordo c'è Elena, la “bella tra le belle”

Per la prima volta alla Scala, e la seconda volta in Italia dal 1928, anno della prima rappresentazione a Dresda, viene rappresentata Die ägyptische Helena (Elena egizia), la penultima collaborazione di Hugo von Hofmannsthal con Richard Strauss. Il librettista aveva proposto al compositore il soggetto ellenistico della bella Elena, la donna a causa della quale era scoppiata la Guerra di Troia, ma il testo mescolava il mito omerico con quello euripideo. Di ritorno da Troia Menelao ha intenzione di uccidere la moglie che l'ha tradito, ma la maga Etra impedisce il delitto facendo naufragare la nave su un'isola vicino all'Egitto, dove il re beve una pozione che gli fa credere che non fosse stata Elena a lasciarlo, ma che ad andare a Troia con Paride fosse stata una sua immagine fantasmatica e che la donna per tutto questo tempo fosse stata addormentata. Ora essa viene riconsegnata al marito fedele e bella come era all'inizio. Il risultato è la riconciliazione dei due coniugi dopo un episodio in cui compaiono dei guerrieri del deserto guidati da Altair e dal figlio Da-ud.

Quasi coeva di Intermezzo, l'altro dramma borghese che parla della crisi di una coppia, qui la vicenda dei coniugi è intercalata da irruzioni dell'elemento fantastico, con pozioni magiche, folletti e miraggi. Hofmannsthal vuol quasi farsi gioco dell'elemento psicologico nell'arguto libretto che presenta gli opposti caratteri della tragedia e della commedia, del mito e della storia. Di conseguenza il vocabolario musicale è molto variegato, ricco di melodie, anche se non è mai definito un confine rigido tra l’aria e il recitativo: tutto si regge su un arioso che si adatta alle diverse situazioni. Nonostante un imponente organico strumentale, l’orchestrazione è leggera e alla ricerca di un edonistico colore esotico ben messo in evidenza dal direttore Franz Welser-Möst, specialista straussiano che ritorna nel teatro milanese pochi mesi dopo l'Ariadne auf Naxos. Sotto la sua bacchetta l'orchestra del teatro dà vita a una lussureggiante partitura che richiama l'esotismo della Salome, ma qui raramente se ne raggiungono i climax drammatici. Al contrario l'orchestra è straordinariamente trasparente come quando l'apparizione di Elena nel primo atto avviene su un motivo ondeggiante che ricorda l'inizio del Ring wagneriano. Che siamo negli anni '20 ce lo ricordano poi le dissonanze che accompagnano la figura di Da-ud.

Il difficile compito di equilibrare la buca con le voci in scena è ottenuto dal direttore austriaco anche grazie a degli interpreti di eccezione che hanno nel Menelas di Andreas Schager il punto più alto. La sua è una voce di Heldentenor che unisce alla potenza sonora impressionante il colore abbagliante del timbro. Uno dei più rinomati Siegfried dei nostri giorni, qui nel faticante ruolo del re spartano non dimostra mai un attimo di stanchezza. Gli fa da contrappunto un'altra cantante wagneriana, prossima Brünnhilde a Madrid, Ricarda Merbeth, che rappresenta la donna di bellezza ideale per eccellenza – il tema della bellezza è l'idea fissa di un libretto in cui le parole schöhne, schöhnste, Schöhnheit sono ossessivamente ripetute più di trenta volte. Lunghi capelli biondi e sfavillante abito di paillettes azzurre, il soprano tedesco concentra soprattutto nella voce l'incanto seduttore del personaggio e anche se eccessivamente vibrato il timbro è luminoso e gli acuti sicuri. Eva Mei è la Maga Aithra, il lato seducente della magia, a suo agio nella lingua tedesca anche se non sempre la voce riesce a bucare l'orchestra. Una piacevole conferma è la proprietà di dizione di Thomas Hampson che utilizza al meglio i mezzi vocali in suo possesso e anche se deve rinunciare agli acuti, riesce però a delineare la figura di Altair con molta eleganza. Importanti si sono rivelati gli interventi del coro, distribuito nei palchi di proscenio, e preparato da Bruno Casoni.

Della messinscena di Sven-Eric Bechtholf si ammira la capacità di dare consistenza a questa strampalata vicenda con la chiave dell'ironia: la scena disegnata da Julian Crouch è occupata da un enorme apparecchio radiofonico degli anni '30 che funge da guscio della conchiglia onnisciente, copia gigantesca di quella radio da cui Aithra e le sue ancelle ascoltano le “notizie” della coppia che ritorna da Troia. La scatola intarsiata di radica si apre nel secondo atto per rivelare all'interno le “valvole” che racchiudono i guerrieri del deserto. Le videoproiezioni di Josh Higgason, il gioco luci di Fabrice Kebour e gli elegantissimi costumi di Mark Bouman declinati sugli abiti anni '20 in stile déco per i personaggi femminili rendono particolarmente attraente questa rara proposta. 

****1