Giulio Cesare in Egitto has always been Handel's most popular work since the premiere on the 20th of February 1724 at King's Theatre in London, when it was brought to success by Francesco Bernardi, the castrato otherwise known as Senesino, one of the most idolised singers of his time. The plot mixes historic events with tales of seduction, power struggles between a brother and his sister, desire for revenge and attempted murders and suicides. A twirl of feelings and passions worthy of a great novel, with a backing soundtrack rich with musical inventions of excellent quality and easy appeal for the listeners.

Danielle de Niese (Cleopatra) © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Danielle de Niese (Cleopatra)
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala

Cecilia Bartoli was initially meant to be in this production, but the failed confirmation of Alexander Pereira as the superintendent of the Milanese theatre prompted the Italian soprano to forfeit, and Danielle de Niese – the same operatic Cleopatra of the memorable David McVicar production that launched her in 2005 – was called to replace her. Fourteen years later her voice has acquired depth and sensuality, while her stage presence has remained exceptional, even if here she was not engaged in the Bollywood ballets seen in Glyndebourne. Vocally de Niese's low register was not the most effective, but the timbre was enchanting, the phrasing accurate and the coloraturas well performed. To all this, one must add her personal pleasantness and attractiveness. The singer, who was debuting at La Scala, with this performance gained a huge personal success.

A countertenor is now commonly cast in the title role. Here we had Bejun Mehta, an ideal interpreter of Baroque music, who had already been appreciated in Tamerlano in this same theatre two years ago. Mehta's vocal instrument is rather thin, but the singer cleverly compensated for this aspect projecting his voice easily over the orchestra. The nuances are his specialty, but even in the coloratura required by the role he managed to leave his mark: the often cut out aria “Qual torrente, che cade dal monte” was delivered with prodigious prowess.

The second countertenor of the Roman group was Philippe Jaroussky, Sesto. With his bright colour he played very well the character of the son whose father is slaughtered. The French singer was more at ease in his arias – where he displayed a line of continuous and pure singing dotted by an unusual intensity of expression – than in the recitatives. Among the Egyptians we had two other countertenors: Christophe Dumaux is the Ptolemy par excellence of our day. His vocal acrobatics (once also physical) were flawless and his particular vocal timbre well portrayed the character of the cruel tyrant. Sara Mingardo confirmed her superior dramatic class as a pained but combative Cornelia who by singing gorgeous tragic numbers conveyed her pain to the whole theatre. Although deprived of two arias, Achilla managed to define his personality thanks to the presence of Christian Senn, while Luigi Schifano, the fourth countertenor, gave life to Nireno and Renato Dolcini (Curio) completed the excellent octet of performers on stage.

<i>Giulio Cesare in Egitto</i> at the Teatro alla Scala © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Giulio Cesare in Egitto at the Teatro alla Scala
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala

Giovanni Antonini started the overture at curtain closed (something more and more rare in contemporary stagings) and demonstrated his experience in this repertoire highlighting Handel's effortless thematic invention in combination with his rigorous counterpoint. Antonini had already conducted Giulio Cesare in Salzburg in 2012 and here in Milan he took up the opera again with some cuts: some recitatives and six of the 40 arias were omitted, while some arias were half-done. The balance between the voices on stage and the orchestra was well maintained even if at the expense of slightly paced times and colours not too bright.

Robert Carsen's staging follows the track of the provocative Peter Sellars of 1985, later recreated in their own way by Moshe Leiser and Patrice Caurier in 2012 in Salzburg. The setting is modern (camouflage, military uniforms, dishdashas) with blow-ups of desert dunes and Middle Eastern luxurious interiors. However a strong directorial idea is missing (Carsen's Rinaldo or Agrippina were much more captivating) and the production doesn't add much to our appreciation of Giulio Cesare. The director does not want to shock the public as for example in the presentation of Pompey's severed head. While elsewhere this is a splatter moment with a severed head rolling on the stage, here you don't even see it: you only imagine the head in the cardboard box stained with blood. Sesto at the beginning wears shorts, then a military uniform and finally he has some grey hair to show the precocious maturity as a result of his tragic story. Carsen's mise en scène did not stand out for originality, but for finesse and elegance.

Then there is Cleopatra's seduction scene: Cesare is on an armchair in front of a red curtain that opens on a screen with the images of the Hollywood Cleopatras of the past: Claudette Colbert in black and white, Vivien Leigh in technicolor, Liz Taylor in cinemascope. And finally Lidia/Cleopatra, first on celluloid and then in flesh and bone. These are the theatrical moments where Carsen shows his genius, and as such they were substantially appreciated by the audience.

Danielle de Niese (Cleopatra) and Bejun Mehta (Giulio Cesare) © Brescia & Amisano | Teatro alla Scala
Danielle de Niese (Cleopatra) and Bejun Mehta (Giulio Cesare)
© Brescia & Amisano | Teatro alla Scala


Händel alla Scala. Ed è un trionfo

Giulio Cesare in Egitto è sempre stata l'opera più popolare di Händel fin dalla prima il 20 febbraio del 1724 al King's Theatre di Londra, quando venne portata al successo da Francesco Bernardi, il castrato noto come Senesino, uno dei cantanti più idolatrati della sua epoca. La vicenda mescola eventi pubblici con personali vicende di seduzione, fratricide lotte di potere, desideri di vendetta e tentativi di omicidio e suicidio. Una girandola di sentimenti e passioni degna di un grande romanzo e accompagnata da una colonna sonora piena di invenzioni musicali di eccellente qualità e facile presa per il pubblico.

Per questa produzione era stata prevista Cecilia Bartoli, ma la mancata conferma di Alexander Pereira a sovrintendente del teatro milanese ha spinto il soprano italiano a dare forfait ed è stata chiamata a sostituirla un'altra Cleopatra della lirica, quella Danielle de Niese, già vista nell'indimenticabile produzione di David McVicar del 2005 che l'aveva lanciata. A 14 anni di distanza, la sua voce ha acquistato spessore e sensualità e la presenza scenica è rimasta eccezionale, anche se qui non è impegnata nei balletti in stile Bollywood di Glyndebourne. Vocalmente il registro basso della de Niese non è dei più efficaci, ma il timbro è incantevole, il fraseggio magistrale e le agilità puntualmente eseguite. A tutto questo si aggiunge la naturale simpatia e sensualità della cantante che, debuttante alla Scala, ha ottenuto un grande successo personale.

Nella parte titolare ormai si afferma sempre più il ruolo di controtenore. Qui abbiamo Bejun Mehta, interprete ideale del teatro barocco e che alla Scala due anni fa si era già fatto apprezzare nel Tamerlano. Lo strumento vocale di Mehta è piuttosto esile, ma il cantante compensa con abilità questo aspetto e proietta con facilità la voce oltre l'orchestra. Le mezze tinte sono la sua specialità, ma anche nelle colorature richieste dalla parte riesce a lasciare la sua impronta e l'aria sovente tagliata «Qual torrente, che cade dal monte» è resa con agilità prodigiose.

Il secondo controtenore del gruppo dei Romani è Philippe Jaroussky, Sesto. Con la sua voce dal colore chiaro rende molto bene il personaggio del figlio privato del padre. Il cantante francese più che nei recitativi è a suo agio nelle arie dove dipana una linea di canto continua e pura con un'insolita intensità di espressione. Nel gruppo degli Egiziani abbiamo altri due controtenori: Christophe Dumaux è il Tolomeo per eccellenza dei nostri giorni. Nelle acrobazie vocali (un tempo anche fisiche) Dumaux si trova perfettamente a suo agio nel caratterizzare il personaggio col suo particolare timbro vocale. Conferma di superiore classe drammatica anche questa volta è Sara Mingardo, dolente ma combattiva Cornelia che trasmette a tutto il teatro il suo immenso dolore in arie che sono gemme di tragicità. Anche se privato di due arie, Achilla riesce a definire la sua personalità grazie alla presenza di Christian Senn mentre Luigi Schifano, il quarto controtenore, dà vita a Nireno e Renato Dolcini (Curio) completa l'eccellente ottetto di interpreti in scena.

Giovanni Antonini inizia a sipario chiuso (cosa sempre più rara negli allestimenti contemporanei) e dimostra la sua esperienza in questo repertorio evidenziando la felicità di invenzione tematica unita al rigoroso contrappunto che Händel fin dalla sinfonia iniziale. Antonini aveva già concertato il Giulio Cesare a Salisburgo nel 2012 e qui a Milano lo riprende con alcuni tagli: oltre a molti recitativi sono omessi sei dei 40 numeri musicali di cui è composta l'opera e alcune arie sono dimezzate. L'equilibrio tra le voci in scena e la buca orchestrale è perfettamente mantenuto anche se a scapito di tempi un po' rilassati e colori non troppo brillanti.

La messa in scena di Robert Carsen ricalca quella provocatoria di Peter Sellars del 1985, poi ricreata a modo loro da Moshe Leiser e Patrice Caurier nel 2012 a Salisburgo. L'ambientazione è moderna (mimetiche, divise militari, dishdasha per gli arabi) con gigantografie di dune desertiche e interni di lusso mediorientale. Manca però un'idea registica forte, come era successo nel suo Rinaldo o nella sua Agrippina e l'allestimento non aggiunge nulla al nostro apprezzamento del Giulio Cesare. Carsen non vuole scioccare il pubblico: un esempio è la presentazione della testa mozza di Pompeo, che altrove è stato un momento splatter con una testa mozza di resina rotolante sul palcoscenico. Qui neanche si vede, la si immagina soltanto nella scatola di cartone sporca di sangue. Il suo è un allestimento che, se non per originalità, spicca però per finezza ed eleganza.

E poi c'è la scena di seduzione di Cleopatra: Cesare viene sistemato su una poltrona davanti a un sipario rosso che si apre su uno schermo su cui scorrono le immagini delle Cleopatre di Hollywood: Claudette Colbert in bianco e nero; Vivien Leigh in technicolor; Liz Taylor in cinemascope e infine la sua Lidia/Cleopatra, prima in celluloide e poi in carne e ossa. Questi sono i momenti teatrali in cui Carsen dimostra tutta la sua genialità e che il pubblico ha apprezzato, tributando allo spettacolo calorosissimi applausi.

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