Italian opera of the 18th century is not the only field of operatic rediscovery: although not at the same level, the post-Verdi era, the so-called verismo, is the subject of new attention. With no more than a dozen works generally known, that period is being revived once more, and not only in Italy: even the islands beyond the Channel seem to be interested in recovering works that were once extremely popular. Mascagni's Isabeau has been staged at Opera Holland Park, Giordano's Mala vita and Leoni's L'oracolo at the Wexford Festival, all recently brought to light by director Francesco Cilluffo.

Anne-Sophie Duprels (Katyusha) and Matthew Vickers (Dimitri) © Michele Monasta
Anne-Sophie Duprels (Katyusha) and Matthew Vickers (Dimitri)
© Michele Monasta

After Wexford, the production of Franco Alfano's Risurrezione (“Resurrection”) is now at the Teatro del Maggio Musicale in Florence. Alfano is mostly remembered for completing Turandot, left unfinished at Puccini's death: Alfano was chosen by Toscanini for his indisputably artistic merits but also for being the author of Sakuntala with its exotic setting – this was regarded as an added value for the demanding task. One of his earlier works, Risurrezione had its debut in Turin in 1904, whose success is attested to, lasting until the 1950s, by more than a thousand performances. Since then the opera has been almost forgotten.

Cesare Hanau's prose libretto (something unusual for the time) is loosely based on Leo Tolstoy's 1899 novel. The core of the plot is the same but the opera only partially highlights the criticism of the social injustice extant in the Russian novel. The story of Katyusha, from seduced girl to unwed mother to prostitute and then innocent inmate, is tackled according to the moral code of the time: the “resurrection” is that of a sinner who redeems herself by renouncing a shotgun wedding with her seducer.

Alfano's music not only builds on Puccini (many passages re-echo his Manon Lescaut), but also on Debussy (Pelléas et Mélisande was premiered two years earlier) for his refined harmony. Despite the orchestral sophistication, the work does not eschew the naturalistic taste of the time in the most action-packed junctures, when shouting and speaking are employed.

Anne-Sophie Duprels (Katyusha) and soloists of the Coro del Maggio Musicale Fiorentino © Michele Monasta
Anne-Sophie Duprels (Katyusha) and soloists of the Coro del Maggio Musicale Fiorentino
© Michele Monasta

Director Rosetta Cucchi sees the story from the point of view of Katyusha, first being abused by a seductive demon (portrayed in Vrubel's painting hanging in Dmitri's room), then victim of the bourgeois milieu which does not tolerate her “fault,” and finally victim of the judicial system that pronounces her guilty for a crime she did not commit. Cucchi's predominantly traditional staging matches Tiziano Santi's flat decor and only in the end does one arrive at an effective coup de théâtre: a field of golden wheat unfolds in the background before Katyusha and a young girl, often present on stage as a symbol of the woman's lost state of innocence, while the Easter bells of Christ's resurrection ring in the distance – the same bells we heard at the beginning.

Francesco Lanzillotta's conducting was light and transparent, melting away in the act endings. Only on rare occasions did the orchestra became turgid deploying the rich instrumentation. There were twenty singers on stage, but only three of them have a tune that cuts in the predominant declamato style, the most famous being Katyusha's "Dio pietoso”. The role was sung by French soprano Anne-Sophie Duprels, who confirmed the dramatic qualities already exhibited in Wexford. The timbre is not the most pleasant, but the voice has a safe projection. Almost a romanza is "Piangi, sì piangi” by Dmitri, the blandest character of the story. Unfortunately Matthew Vickers' performance did not do much to redeem the character's stature: the singer has a beautiful voice but did not always show the power needed to be heard above the orchestra. The compassionate and humanitarian message of Christianity of the original work is delegated to the character of Simonson and the baritone Leon Kim had a personal success for his sensitive characterisation and effective vocal performance.

Even if it was not the rediscovery of a hidden masterpiece, this re-edition of Risurrezione cast light on a work whose value is to be found more in the orchestra than in the vocal lines. That's a peculiar thing for an Italian opera belonging to an epoch that gloried in enticing melodies like those written by Puccini.

Silvia Romani (Fedia) and Anne-Sophie Duprels (Katyusha) © Michele Monasta
Silvia Romani (Fedia) and Anne-Sophie Duprels (Katyusha)
© Michele Monasta

L'opera di Alfano risorge a Firenze gettando nuova luce sul suo autore

Non soltanto il Settecento italiano è campo di riscoperte: anche se quantitativamente e qualitativamente inferiore, l'opera del dopo-Verdi, il cosiddetto Verismo, è ora oggetto di di nuovo interesse. Conosciuto per una decina di lavori o poco più, quel periodo viene ora riproposto, e non solo in Italia: anche nelle isole oltre Manica sembra esserci interesse a recuperare opere una volta estremamente popolari. È il caso di Isabeau di Mascagni all'Opera Holland Park, o di Mala vita di Giordano e L'oracolo di Leoni al Wexford Festival Opera, portate recentemente alla luce da Francesco Cilluffo.

Proveniente dal Wexford Festival Opera, la produzione di Risurrezione di Franco Alfano è ora al Teatro del Maggio di Firenze. Il compositore è ricordato soprattutto per aver completato la Turandot di Puccini lasciata incompiuta alla morte dell'autore: Alfano era stato scelto da Toscanini sì per gli indubbi meriti artistici ma anche per il fatto che la sua Sakuntala già aveva avuto un'ambientazione esotica e ciò era sembrato un valore aggiunto per l'impegnativo compito. Precedentemente la sua opera Risurrezione era stata presentata a Torino il 30 novembre 1904 con un successo che si dimostrò con più di mille repliche, per lo meno fino agli anni '50, per poi venire quasi dimenticata.

I quattro atti su libretto in prosa (una novità per l'epoca) di Cesare Hanau sono liberamente ispirati al romanzo omonimo di Lev Tolstoj del 1899. Il nucleo della vicenda è lo stesso, ma nell'opera solo in parte è messa in evidenza la forte denuncia sociale presente nel romanzo russo. La vicenda di Katiusha, che da sedotta diventa ragazza madre, poi prostituta e infine deportata per un crimine non commesso, viene letta secondo la morale del tempo: la risurrezione del titolo è quella della “peccatrice” Katiusha che si redime rinunciando all'amore e al matrimonio riparatore col suo seduttore.

La musica di Alfano fa tesoro non solo di Puccini (molti passaggi echeggiano la sua Manon Lescaut) ma anche di Debussy (Pelléas et Mélisande è di due anni prima) per la ricercata armonia. Pur nella raffinatezza orchestrale l'opera non sfugge al gusto verista dell'epoca nei momenti più drammatici della vicenda, con ricorso al grido e al parlato.

Rosetta Cucchi legge la vicenda dal punto di vista della protagonista: la sua Katiusha è vittima prima del demone seduttore (ritratto nel quadro di Vrubel appeso nella camera di Dmitri), poi della società borghese che non tollera la sua “colpa” e infine del sistema giudiziario che la condanna per un delitto non ha commesso. La sua messa in scena essenzialmente tradizionale si avvale dell'impianto scenografico senza profondità di Tiziano Santi e solo nel finale ricorre a un efficace coup de théâtre: appare un campo di spighe dorate in cui si inoltrano Katiusha e una bambina, spesso presente in scena a rappresentare lo stato di innocenza perduta della donna, mentre suonano le campane di Pasqua della risurrezione di Cristo, le stesse che avevamo ascoltato all'inizio.

La direzione di Francesco Lanzillotta è trasparente e leggera, quasi evanescente nei finali d'atto. Solo raramente l'orchestra diventa turgida dispiegando la sua ricca strumentazione. Venti sono i cantanti in scena, ma solo tre hanno a disposizione un'aria che spezza lo stile declamato predominante. La più famosa è «Dio pietoso» di Katiusha, parte ripresa dal soprano francese Anne-Sophie Duprels che conferma le doti drammatiche già esibite a Wexford. Il timbro non è dei più piacevoli, ma la voce ha una sicura proiezione. Quasi una romanza è «Piangi, sì piangi» di Dmitri, il personaggio più scialbo della vicenda. Qui l'interpretazione di Matthew Vickers non ha fatto molto per riscattarne la statura: il cantante ha una bella voce ma non sempre sviluppa la potenza necessaria a bucare l'orchestra. Il messaggio di cristianesimo pietoso e umanitario dell'opera originale è delegato al personaggio di Simonson, il baritono Leon Kim che ha avuto un successo personale per la sensibile caratterizzazione e l'efficace performance vocale.

Anche se non è stata la riscoperta di un capolavoro nascosto, questa riedizione di Risurrezione ha permesso di gettare luce su un lavoro le cui preziosità sono da cercare più nell'orchestra che nella vocalità. Una cosa singolare per l'opera italiana in un'epoca che affidava alla melodicità di Puccini il suo punto di forza.

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