“I think theaters have a responsibility that should not be restrained to reproducing the masterpieces of the past, but also to take risks and make cultural choices by recognizing who can tell today's stories with the music of today.” It's hard to disagree with these words by Damiano Michieletto, the director staging Filippo Perocco's new opera Aquagranda (High Water), premiered at (and commissioned by) the Teatro La Fenice. Congratulations then to the Venetian theatre for having the boldness of opening its season with this one-act musical drama, to a libretto by Luigi Cerantola and Roberto Bianchin, the latter the author of the novel/reportage from which it is drawn.

<i>Aquagranda</i> at La Fenice © Michele Crosera
Aquagranda at La Fenice
© Michele Crosera

Fifty years ago, on 4 November 1966, Venice was struck by a terrible flood. That day, the city saw the highest water levels ever recorded: at 18.00 the marigraph at Punta della Salute showed 194cm. That same day Florence was submerged by the waters of its river swollen by heavy rain.

The plot of the opera is set on the island of Pellestrina, one of the islands in the narrow strip of land that separates Venice from the open sea. It was the first piece of land to give way under the weight of seawater that gained access with all its violence into the lagoon. Fortunato, an old fisherman, his son, Ernesto, and his wife, Lilli, are the main characters.

Aquagranda is Perocco's first work of great breath and is composed of twelve scenes and an epilogue. It is musically based on a score made of fragments, impure sounds, "tonal scraps", "sonic debris", according to the composer's words. The disturbing crackles made by the prepared piano keeps the tension high, although the music does not describe, but evokes the force of nature and the effects of its devastation. The orchestral writing is bare, essential, drained, this is why some have mentioned the name of Anton Webern in association with Perocco's compositional style.

<i>Aquagranda</i> at La Fenice © Michele Crosera
Aquagranda at La Fenice
© Michele Crosera

The choruses at the sides of the stage are the “Voice of the Lagoon” and the stereo effect is not far from that of the "broken choirs" by Andrea Gabrieli sung in the nearby Church of St Mark ­– although here there is not the dialogic style of the old Venetian composer, but a buzz, at first unintelligible, followed by repeated fragments of words in dialect and lagoon songs quotations. The composer is not interested in the words' meaning, but in their sounds, their tonal beauty and many are the alliterative occurrences in the libretto. These elements enhance the theatricality of a work which otherwise is seamless in its drama, as the water relentlessness rising. Only at the end the music reaches a dramatic peak in the quartet of the penultimate scene when a few melodic ideas emerge.

<i>Aquagranda</i> at La Fenice © Michele Crosera
Aquagranda at La Fenice
© Michele Crosera

Michieletto's brilliant staging is the other element of this theatrical dramaturgy. The set, designed by Paolo Fantin, consists of a glass wall on which images in black and white are projected. Soon we discover that the wall is a huge tank that slowly fills up until it downloads the whole mass of water as pouring rain onto the stage. It would be reductive to call this a brilliant coup de théâtre: the effect is a whole with the dramaturgy. From that moment on the stage is a pool of water where mime-dancers – the men stripped to the waist in black trousers, the women in water-green clothing – indulge, preparing for the hopeful finale, where the reconciliation of men with the water of the lagoon takes place: “aqua sposa, amorosa, aqua tosa, me morosa” (water spouse, loving water, water girl, my sweetheart).

Both chorus and soloists are excellent performers, all showing great dedication to prepare a new and vocally demanding work. Conducted by Marco Angius, a great exponent of contemporary music, the details of this rarefied score were masterly highlighted.

Nine performances of this new work are programmed and some of them are designated to schoolchildren.

 

Aquagranda: Una storia di oggi con la musica di oggi

«Penso che i teatri abbiano una responsabilità che non deve essere solo quella di riproporre i capolavori del passato, ma prendersi dei rischi e fare delle scelte di politica culturale e identificare chi può raccontare le storie di oggi con la musica di oggi». Come non essere d'accordo con le parole del regista Damiano Michieletto, che mette in scena Aquagranda, un lavoro di oggi in prima esecuzione, un'opera commissionata al giovane compositore Filippo Perocco, trevigiano classe 1972. Complimenti quindi al Teatro La Fenice per aver avuto il coraggio nel produrre questo dramma per musica in un atto su libretto a quattro mani di Luigi Cerantola e Roberto Bianchin, autore quest'ultimo del romanzo/reportage da cui è tratto.

Cinquant'anni fa, il 4 novembre 1966 a Venezia si registrò un'acqua alta mai così elevata da quando iniziarono le rilevazioni sistematiche del fenomeno: quasi due metri sopra il livello normale e per un tempo interminabile. La vicenda narrata è ambientata nell'isola di Pellestrina, il primo lembo di terra a cedere sotto la pressione delle acque del mare che entrarono con tutta la loro violenza nella laguna. Lo stesso giorno anche Firenze veniva sommersa dalle acque del suo fiume gonfiato da una pioggia battente.

Prima opera di grande respiro di Perocco, suddivisa in dodici scene e un epilogo, Aquagranda si basa su una partitura fatta di lacerti, di suoni impuri, “scarti tonali”, “detriti sonori”, “processi di erosione”, secondo la parole dell'autore. Gli inquietanti crepitii realizzati dal pianoforte preparato mantengono alta la tensione nella musica che non descrive ma evoca la forza della natura e gli effetti delle sue devastazioni. La scrittura musicale è spoglia, essenziale, prosciugata. C'è chi ha fatto il nome di Anton Webern a proposito della stile compositivo di Perocco.

Il coro ai lati del palcoscenico è la Voce della Laguna e l'effetto stereofonico ottenuto non è lontano da quello dei “cori spezzati” di Andrea Gabrieli intonati nella non lontana Basilica di San Marco – anche se qui non c'è lo stile dialogico del compositore veneziano, bensì un brusio dapprima inintelligibile, poi frammenti ripetuti di parole in dialetto, citazioni di canti lagunari. Non sono le parole con il loro significato che interessano al compositore, bensì il loro suono, la loro suggestione timbrica. Molti sono i fenomeni di allitterazioni offerti dal libretto e sono questi elementi a esaltare la teatralità di un lavoro, che altrimenti è senza soluzione di continuità nella sua drammaticità e che ha l'inesorabilità dell'acqua che sale. Solo verso la fine raggiunge una tensione drammatica che sfocia nel quartetto della penultima scena in cui affiora qualche spunto melodico.

Il geniale allestimento scenico di Michieletto è l'altro elemento teatrale di questa drammaturgia. La scena ideata da Paolo Fantin consiste in una parete di vetro su cui vengono proiettati spezzoni in bianco e nero delle immagini di allora, ma la parete si rivela essere un enorme acquario che lentamente si riempie fino a poi scaricare tutta la massa d'acqua in una pioggia scrosciante. Sarebbe riduttivo definire questo un geniale coup de théâtre tanto il gesto è conforme alla drammaturgia. Da quel momento in poi il palcoscenico è una pozza d'acqua in cui sguazzano i mimi-danzatori, gli uomini a torso nudo e calzoni neri e le donne in abiti verde acqua, che preparano al finale fiducioso con la riappacificazione degli uomini con l'acqua della laguna, «aqua sposa, amorosa, aqua tosa, me morosa».

Ottima prova è proprio quella del doppio coro, come pure dei solisti. Assieme a tutti gli altri hanno dimostrato grande abnegazione ad affrontare un'opera nuova e vocalmente impegnativa. La direzione di Marco Angius, grande interprete della musica di oggi, ha messo in luce analiticamente le particolarità di questa partitura rarefatta.

Ben nove sono le rappresentazioni di questa nuova opera e alcune dedicate agli allievi delle scuole.

****1