Like Henri Murger, who had lived a life of poverty in his youth and had poetically recalled it in his Scènes de la vie de bohème serialized in a newspaper between 1847 and 1849, even Puccini thought of his youth, lived in hardship, when choosing the subject for his 1895 work together with librettists Luigi Illica and Giuseppe Giacosa.

Gabriele Sagona, Benjamin Cho, Matteo Peirone, Massimo Cavalletti and Giorgio Berrugi © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Gabriele Sagona, Benjamin Cho, Matteo Peirone, Massimo Cavalletti and Giorgio Berrugi
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Anything but romantic, La bohème is almost a social protest (the young have no money for food, Mimì dies because she cannot afford a doctor, Musetta is forced to escort old men for a living). This is the first opera set in a big city, with its alienations – an urban portrait from which the image of Paris will never be set aside. And it is therefore a modern work, predating the 20th century. The plot is of our present: young people with no future, living day to day, with little hope but the legacy of a rich uncle.

The libretto suggests the 1830s and several cues in the text support this period of time: the effigy on the coins of the monarch Louis Philippe (King of France 1830-1848), the reference to French statesman François Guizot, or to the Bal Mabille (opened in 1831). However, almost all the productions set La bohème in the late 19th century, in Puccini's own time – and that in itself speaks volumes about "loyalty" to the libretto of some traditional stagings. Lately, however, modern mise en scène have highlighted less obvious aspects of the work, such as that by Damiano Michieletto in Salzburg in 2012.

Now in Turin, it is the turn of the Catalan director Àlex Ollé, one of the artistic directors of La Fura dels Baus. The Catalan ensemble has already staged operas, many with a grandiose approach, with human stunts and video graphics for which the company is justly famous. But Puccini's masterpiece has a naturalistic and intimate dimension that challenges grandiose projects. Yet, after a recent Madama Butterfly in Rome, Ollé wanted to test himself with this title in a production commemorating 120 years from the original first night, here in Turin on 1 February 1896.

<i>La bohème</i> in Turin © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
La bohème in Turin
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Ollé doesn't set the story in the old centre of Paris, now gentrified and in the hands of hordes of tourists, but moves it to the Paris suburbs, the outskirts of a metropolis bristling with slummy tower blocks with railings on the lower floors, air conditioners hanging out of the windows, cramped rooms in which the characters move like rats in a cage. The modern setting does not disturb much, even if at each verse there are contradictions between what is sung and what is seen: the light that goes away is a power outage, but the light returns before Rodolfo remarks “What's the use in searching? It's far too dark to find it”. Silver coins become banknotes; Rodolfo complains “Che penna infame!” (What a dreadful pen!) closing his laptop. Ollé's is substantially a traditional staging, only brought up to date: the large attic becomes a cramped apartment, Café Momus is a trendy restaurant that glides on wheels. The brilliant flash of a thought-provoking staging like Michieletto's is missing here.

Gianandrea Noseda gave an unconventional rendition of the score, highlighting the most inventive details of the music, such as the beginning of Act I, reminiscent of Stravinsky's Petrushka – but predating it by fifteen years! Or the dawn in Act III, which wouldn't have displeased Claude Debussy. The issue of a work like Bohème is that it is too well known, so it lacks that freshness of listening necessary to enjoy its modernity. Noseda does everything to make us perceive its musical innovations with an emphasis on the most modern facets of the score, and with a light and transparent touch.

Café Momus © Virginio Levrio | La Fura dels Baus
Café Momus
© Virginio Levrio | La Fura dels Baus

Regrettably, the sound balance is too much in favor of the orchestra with the singers' voices far in the background. Truth is that there are no huge voices on stage: Giorgio Berrugi's Rodolfo doesn't have a great vocal power, but his voice was gleaming and the phrasing accurate. Irina Lungu knew how to find the right accents to touch our heart as Mimì, and Kelebogile Besong's Musetta was lively and malicious at first, touching and heart-rending at the end. The other performers were convincing, but unmemorable.

But who cares? When in the last act Mimì takes her cap off to reveal a bald head due to her disease and collapses in a chair, we are ready to pull out our handkerchief. Those fragile figurines, almost crushed by the tower blocks on which darkness falls, procure an emotion that music feeds to tears. The miracle of Puccini's music reoccurrs.

The performance will be available on The Opera Platform later this month.

 

Un ritratto urbano della Parigi moderna: La bohème di Alex Ollé al Teatro Regio

Come Murger, che aveva vissuto in gioventù una vita di stenti e l'aveva rievocata poeticamente nelle sue Scènes de la vie de bohème uscite come feuilleton tra il 1847 e il 1849 sul giornale “Le Corsaire-Satan”, anche Puccini pensa alla sua giovinezza vissuta in povertà e stenti quando sceglie il soggetto assieme ai librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa per la sua nuova opera nel 1895.

Opera tutt’altro che romantica, La bohème è quasi di denuncia sociale (i giovani non hanno i soldi per mangiare, Mimì muore perché non può permettersi un dottore, Musetta è costretta a “frequentare” vecchi ricchi per vivere). Prima opera lirica ambientata in una metropoli, con le sue alienazioni e la sua crudezza di vivere, La bohème è un ritratto urbano da cui l’immagine di Parigi non potrà mai più prescindere. Ed è quindi opera moderna, anticipando il Novecento. La vicenda è di oggi: giovani senza avvenire che vivono alla giornata, senza grandi speranze se non quella dell'eredità dello zio milionario.

Il libretto indica l’epoca del 1830 circa e i riferimenti del testo lo confermano: l’effigie sulle monete del monarca Luigi Filippo (re di Francia dal 1830 al 1848), il cenno a François Guizot (figura politica attiva tra il 1830 e il 1848) o al Bal Mabille (aperto nel 1831), ma quasi tutti gli allestimenti scenici hanno ambientato La bohème alla fine dell’Ottocento, all'epoca di Puccini (e già questo la dice lunga sulla “fedeltà” al libretto di certe regie “tradizionali”). Ultimamente però alcune regie “moderne” hanno messo in luce aspetti meno scontati dell'opera come quella di  Damiano Michieletto a Salisburgo nel 2012.

Ora al Regio di Torino è la volta del regista catalano Alex Ollé, uno dei direttori artistici de “La Fura dels Baus”. Il collettivo catalano si era già occupato di opera lirica con acrobazie umane e quella video grafica per cui è giustamente famoso. Ma il capolavoro pucciniano ha una dimensione naturalistica e intimista che sfida progetti grandiosi. Eppure, dopo la recente Madama Butterfly di Caracalla Ollé si è voluto cimentare anche con quest'altro titolo pucciniano in questo allestimento che vuole ricordare il centoventesimo anniversario della prima dell’opera qui a Torino il 1 febbraio 1896.

Non volendo ambientare la vicenda nel vecchio centro di Parigi, ora gentrificato e in mano a orde di turisti, Ollé la sposta nella banlieue parigina, periferia di una metropoli irta di squallidi palazzoni popolari con le inferriate ai piani inferiori, i climatizzatori appesi fuori delle finestre, le camere anguste in cui i personaggi si muovono come topi in gabbia. Per il resto non turba più di tanto l'ambientazione moderna anche se ad ogni verso ci sono contraddizioni tra quello che viene cantato e quello che si vede: la luce che va via è un black-out del quartiere, ma ritorna prima che Rodolfo canti «Cercar che giova? | al buio non si trova»; le monete d'argento sono banconote; «Che penna infame» si lamenta ancora Rodolfo chiudendo il laptop; Ma in fondo quella di Ollé è una regia tradizionale, seppure aggiornata: l'ampia soffitta è qui un angusto appartamentino, il caffè Momus è un ristorante alla moda che arriva in scena sulle rotelle. Manca qui il guizzo geniale della messa in scena di Michieletto, una lettura quella sì più stimolante.

Gianandrea Noseda dà un'interpretazione non scontata della partitura, mettendone in evidenza gli aspetti più innovativi, come quell’inizio che ricorda il Petruška di Stravinskij, che però arriverà quindici anni dopo, o l'alba del terzo quadro, che non sarebbe dispiaciuta a Debussy. Il problema di un’opera come Bohème è di essere anche troppo nota, per cui viene a mancare quella freschezza di ascolto che sarebbe necessaria per assaporarne la novità. Noseda fa di tutto per farcela assaporare questa novità, mettendo l'accento sugli aspetti più moderni della partitura con una leggerezza ed una trasparenza straordinarie.

Peccato che l'equilibrio sonoro sia spesso a favore dell'orchestra, con i cantanti un po' in secondo piano. Vero è che non ci sono grosse voci in scena: il Rodolfo di Giorgio Berrugi non ha grande potenza vocale, ma il timbro è splendido e il fraseggio preciso; Irina Lungu, Mimì, sa trovare i giusti accenti per commuovere; la Musetta di Kelebogile Besong è maliziosamente vivace prima, toccante alla fine. Efficaci, ma non memorabili gli altri interpreti.

Ma che importa? Quando nell'ultimo quadro Mimì arriva con un berretto che nasconde il cranio quasi calvo per la malattia e si accascia sulla frusta poltrona della cameretta siamo pronti a tirare fuori i fazzoletti e quelle figurine fragili, quasi schiacciate dai palazzoni dalle mille finestre chiuse su cui cala l'oscurità, ci procurano un'emozione che la musica alimenta fino alle lacrime. Il miracolo di Puccini si è ripetuto ancora una volta.

La recita è stata ripresa in video e dal 21 ottobre sarà visibile su The Opera Platform.


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