Those who are sick of modern Regietheater can find comforting traditional settings in some Italian small-town houses, like this production of Il corsaro. Two months ago, Verdi's opera was staged by Nicola Raab in Valencia with Lord Byron, on whose poem the opera is based, on stage and the plot born from the his mind, decisively stimulated by alcohol and drugs. This 2004 production by director Lamberto Puggelli, who died less than five years ago, was more straightforward and is now revived by Grazia Pulvirenti Puggelli in the beautiful Piacenza opera house as a tribute to her husband's memory. This production has been staged several times over the years and has also been the subject of a DVD recording.

<i>Il corsaro</i> at the Teatro Municipale, Piacenza © Mirella Verile
Il corsaro at the Teatro Municipale, Piacenza
© Mirella Verile

The director's intentions are based on the image, evoked by the libretto, of the sea that affects the dramatic tension of this romantic opera. "It's a work that smells of the sea, where you can hear the sea, like Simon Boccanegra", Puggelli wrote in his director's notes. On stage there is indeed the deck of a ship, but Marco Capuana's scenography leaves a lot of empiness to Andrea Borelli's lighting. Like Vera Marzot's costumes, the scenery is declined in black (such as the pirate sails) and red (the sky at sunset, the glare of the fire, the Ottomans' sails). The sails correspond to a curtain and the rigging to theatre ropes – a metaphor of the theatrical life of the poet/Corrado, a fervent hero allergic to domestic quietness, who departs from his lover to fight against Ottoman domination. In the meantime, he saves women from a harem fire, is taken prisoner, flees and returns, too late, to his faithful Medora after rejecting the love offer by the beautiful Gulnara, the pasha's favourite.

The ship's deck resonates with the "unlimited minds" of Byron's characters, painted by either passionate or lyrical music in the three acts in which the plot is developed, admirably condensed by Verdi to little more than an hour and a half. The four characters are not psychologically well defined, but they are theatrically effective.

Serena Gamberoni (Medora) and Iván Ayón Rivas (Corrado) © Mirella Verile
Serena Gamberoni (Medora) and Iván Ayón Rivas (Corrado)
© Mirella Verile

The first we see is the unfortunate Medora, Corrado's lover, who crosses the scene during the short prelude with a lamp in her hand, like a ghost. We will find her shortly afterwards in the astonishing aria “Non so le tetre immagini” accompanied by a harp that enhances the restless character of her resigned singing, almost presaging the tragic ending in which Medora, believing Corrado dead, poisons herself shortly before her husband reappears, just in time to die in his arms. Serena Gamberoni, even with an excess of vibrato, delineated her character with sensitivity and convicing stage presence. Her vocal line was fluid, her phrasing musical and delicate, her voice painting a despondent melancholic mood.

As Corrado we had the young tenor, Iván Ayón Rivas, a protégé of Juan Diego Flórez. The character of a lost and cursed soul summarily portrayed by librettist Francesco Maria Piave was delivered by the Peruvian with enthusiasm and vocal generosity, with high-pitched notes and very open singing that sometimes neglected moments of more delicate musicality. The sincere enthusiasm and power of his performance compensated for a lack of interpretative subtlety and a stage presence far away from the image of a romantic hero or a muscular pirate. But Rivas, in his debut, conquered the audience all the same.

Simone Piazzola (Pasha Seid) and Roberta Mantegna (Gulnara) © Mirella Verile
Simone Piazzola (Pasha Seid) and Roberta Mantegna (Gulnara)
© Mirella Verile

The sensual Gulnara was rendered by Roberta Mantegna. Her timbre was a bit metallic, which at the beginning made her character exotically seductive, but after a while it was tiring to the ears and a smoother emission would have been preferable. Technically, however, the young soprano kept up with the complexity of the role. In the harem scene in which she showed her indomitable personality, as she did in the awakening of love for her saviour pirate, or when she flattered Pasha Seid to save Corrado while brooding revenge, or in the fiery duet with Corrado before she kills the pasha or, finally, in the throbbing trio with Medora dying.

No particular psychological depth characterises Pasha Seid, but Simone Piazzola managed to give a certain dignity to this "villain" with singing that had its own elegance and with a beautiful stage presence, even if his voice was not particularly sonorous and his diction was a little murky.

In this Verdi work, we find a paroxysm of affections that is consonant with Matteo Beltrami's energetic conducting. The Genoese conductor was convincing for his choice of tempi, a little less for his choice of dynamics. In the richly decorated 19th-century auditorium of the Teatro Municipale, there was a sort of competion between orchestra, chorus and principals for decibels. This brought sound levels to limits almost unbearable from my third row seat. Apart from this, the work made with the singers was evident and always accurate. The orchestral performance was quite satisfying and the same can be said is for the resident chorus.

 

 

Un tradizionale Il corsaro rivisitato a Piacenza

Chi è stanco di rivisitazioni e attualizzazioni può trovare nei teatri di provincia italiani confortanti allestimenti di tradizione, come questo de Il corsaro, l'opera di Verdi che neanche due mesi fa a Valencia era stata ambientata dalla regista Nicola Raab con Lord Byron in scena e la vicenda partorita dalla sua mente febbrile stimolata da alcol e droghe. Più lineare la produzione del 2004 del regista Lamberto Puggelli, scomparso meno di cinque anni fa, che Grazia Pulvirenti Puggelli ha riproposto nel bel Teatro dell'Opera di Piacenza come omaggio alla memoria del marito. L'allestimento è stato proposto più volte nel corso degli anni ed è anche stato oggetto di una registrazione su disco.

Nelle intenzioni del regista è il mare evocato dal libretto a determinare la tensione drammatica di quest'opera romantica: «è un'opera che sa di mare, dove si sente il mare, come il Simon Boccanegra» ha lasciato scritto nei suoi appunti il regista e in scena c'è infatti la tolda di una nave. Le scenografie di Marco Capuana lasciano molto spazio al vuoto e alle luci di Andrea Borelli che assieme ai costumi di Vera Marzot puntano al nero (come le vele dei pirati) e al rosso (il cielo al tramonto, i bagliori dell'incendio, le vele degli ottomani). Qui le vele coincidono col sipario e i cordami con i tiranti del palcoscenico, quasi una metafora del teatro della vita del poeta/Corrado, eroe smanioso e insofferente della calma domestica che lascia la moglie per lottare contro la dominazione ottomana, salva dall'incendio dell'harem le donne, viene fatto prigioniero, fugge e ritorna, troppo tardi, alla fedele Medora dopo aver respinto l'offerta d'amore della bella Gulnara, la prediletta del pascià che lei ha ucciso nel terzo atto.

La tolda della nave fa da risonanza agli «animi illimitati» dei personaggi di Byron che vengono dipinti da una musica ora appassionata ora lirica nei tre atti in cui si sviluppa la vicenda mirabilmente condensata da Verdi in poco più che un'ora e mezza. I quattro personaggi non saranno psicologicamente molto definiti, ma risultano teatralmente efficaci.

Il primo che vediamo in questo allestimento è quello della sfortunata Medora che durante il breve preludio attraversa la scena con una lampada in mano quasi come un fantasma. La ritroveremo poco dopo nella stupefacente aria «Non so le tetre immagini», accompagnata dall'arpa che esalta il carattere inquieto di un canto che sa di rassegnazione, quasi presago del tragico finale in cui la donna, credendo Corrado morto, assume del veleno poco prima che il marito ricompaia così da morire fra le sue braccia. Serena Gamberoni, pur con un eccesso di vibrato, delinea con sensibile partecipazione il personaggio. La linea di canto è fluida nei passaggi di agilità, il fraseggio delicato e musicale, i colori della voce dipingono una malinconia quasi astratta, la presenza scenica è convincente.

In Corrado abbiamo il giovane Iván Ayón Rivas, pupillo di Juan Diego Flórez di cui condivide la nazionalità peruviana. Il carattere da eroe perduto e maledetto sommariamente definito dal librettista Francesco Maria Piave viene reso dal tenore con slancio e generosità di mezzi vocali con acuti spinti al massimo e con un canto molto aperto che trascura talora i momenti di più delicata musicalità della parte. Il sincero entusiasmo e la potenza sonora con cui ha eseguito la sua performance hanno compensato la mancanza di particolari sottigliezze interpretative e una presenza scenica ben lontana dalla figura di eroe romantico o di aitante pirata che ci si potrebbe immaginare, ma hanno soggiogato il pubblico che ha risposto con entusiasmo alla sua prova.

La sensuale Gulnara è resa con temperamento da Roberta Mantegna il cui timbro di voce un po' metallico all'inizio rende il personaggio esoticamente seducente, ma dopo un po' stanca e si preferirebbe un'emissione più dolce. Tecnicamente comunque il giovane soprano tiene testa alle complessità della parte dalla scena dell'harem in cui fa conoscere il suo indomito carattere («o vile musulman, tu non conosci […] qual alma io chiuda in petto!»), al risveglio dell'amore per il suo salvatore, al momento in cui lusinga Seid per salvare l'amato mentre negli “a parte” medita vendetta, all'infuocato duetto con Corrado prima di uccidere il pascià, al lancinante terzetto finale cui si unisce Medora morente.

Senza particolari profondità psicologiche è anche il personaggio di Seid, ma Simone Piazzola riesce a dare una certa dignità anche a questo “cattivo” con un canto che ha una sua eleganza e con una bella presenza scenica, anche se la voce non ha una particolare sonorità e la dizione è un po' impastata.

Ritroviamo il parossismo degli affetti di questo lavoro popolare di Verdi nella direzione energica di Matteo Beltrami. La concertazione del direttore genovese è convincente per la scelta dei tempi, un po' meno per quella dei volumi di suono: nella riccamente decorata sala ottocentesca del Municipale, tra orchestra, coro e solisti si ingaggia talora una gara di decibel che porta il livello sonoro a limiti quasi insopportabili dalla mia poltrona in terza fila. A parte questo, è comunque evidente l'intesa con i cantanti. La concertazione delle voci è sempre accurata, la resa orchestrale soddisfacente e ottima la performance del coro del teatro con attacchi precisi e buona intonazione.

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