Unlike regular opera seasons, opera festivals have the task of finding and highlighting little-known works. Bergamo's Donizetti Opera Festival satisfies this purpose perfectly, wisely delving into the boundless production of works by its illustrious fellow citizen.

Roberto de Candia (Pietro) © Gianfranco Rota
Roberto de Candia (Pietro)
© Gianfranco Rota

This year marks the 200th anniversary of Donizetti's second opera, Pietro il Grande, czar delle Russie o Il falegname di Livonia (Peter the Great, Tsar of Russia or The Livonian Carpenter) that first saw the light in Venice in 1819. Gherardo Bevilacqua Aldobrandini's libretto is taken from Alexandre Duval's Le Menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageurs (Paris, 1805), a play brought to Italy with such success that another opera was derived from the play, The Livonian Carpenter by Giovanni Pacini that same year, in Milan. Aldobrandini's text is rich in ironic quotations, such as "Siam navi all'onde algenti" of Scene 11 taken from the Metastasian Olimpiade, set to music by Vivaldi, among others. Or Bartolo's “Se tutto il codice dovessi svolgere” from Le nozze di Figaro.

<i>Pietro il grande, czar delle Russie</i> © Gianfranco Rota
Pietro il grande, czar delle Russie
© Gianfranco Rota

The story tells of the imperial couple arriving in disguise at a Baltic village where Carlo, a young carpenter protégé of the innkeeper Madama Fritz, loves Annetta, the innocent daughter of the rebel Mazepa. In the end, the tsar punishes the arrogant magistrate Cuccupis and magnanimously blesses the union of the couple after discovering that Carlo is Caterina's missing brother and Mazepa is duly dead. Echoes of the 1815 Vienna Congress are not far away in the final tirade, while in the figure of Tsar Peter one can read a tribute to Habsburg Emperor Francis II ruling Venice again.

A blend of the funny and the pathetic is already present in this melodramma burlesco, as happened later in L'elisir d'amore and Don Pasquale. This was well understood by Rinaldo Alessandrini, an expert Baroque conductor here at the head of the Orchestra Gli originali. He masterly delivered a score full of the surprising ingredients of Rossini's language, sometime almost a parody, both in the vocal style and instrumental accompaniment. Il barbiere di Siviglia and La Cenerentola were just a few years before, as one could easily perceive. However, Donizetti's music contains the freshness and liveliness of his most mature comic operas. In Pietro il Grande there are many ensemble (three duets, a sextet, two concertati) and choruses, the last effectively performed here by the Coro Donizetti Opera led by Fabio Tartari.

Paola Gardina (Madam Fritz) and Francisco Brito (Carlo Scavronski) © Gianfranco Rota
Paola Gardina (Madam Fritz) and Francisco Brito (Carlo Scavronski)
© Gianfranco Rota

The vocal cast was of a good level. One must not look for the most interesting interpreters in Pietro, entrusted to Roberto de Candia's sure craft, or in Francisco Brito's Carlo, a correct but slightly bland tenor. Here the scene was stolen by the acting effervescence and the remarkable vocal presence of Marco Filippo Romano, a basso buffo who sang the exhilarating role of Ser Cuccupis, the local magistrate. Even the other basso, Tommaso Barea, was a very effective performer as the usurer Firman-Trombest, while Marcello Nardis gave voice to the character of Hondediski, a prototype for L'elisir's Belcore. Among the female performers, it was not the slender, though agile, voice of Nina Solodovnikova (Annetta) that excited, but Loriana Castellano and Paola Gardina, as Caterina and Madama Fritz respectively, to whom Donizetti devotes two masterful pages right at the end of the opera: to the Tsarina the aria “Pace una volta, e calma” with a noble Mozartian tempo, and to the innkeeper a scene with rondo “In questo estremo amplesso” of huge theatrical effect. In both numbers the two singers demonstrated expressive qualities and vocal preciousness that have given an extra dimension to their characters.

<i>Pietro il grande, czar delle Russie</i> © Gianfranco Rota
Pietro il grande, czar delle Russie
© Gianfranco Rota

For the staging of this rare title, Francesco Micheli, artistic director of the festival, summoned the Roman collective Ondadurto Teatro (Marco Paciotti and Lorenzo Pasquali), a company known for its interdisciplinary shows, ranging from nouveau cirque to physical theatre, from dance to gesture. On their debut in the world of opera, their juvenile zeal was appreciated. However it led sometimes to the excesses of a horror vacui (mimes, trapeze artists, video projections) which were often intrusive. In the scenery and in the costumes, the geometric and colourful elements of Russian abstract (Kandinsky and above all Malevič) were recognised, forcefully adapted to a story set in Peter the Great's Russia. The rigidity of the unusual costumes designed by K.B. Project did not restrict the freedom of the characters, but underlined their overall schematic pattern.


Pietro il Grande, Czar delle Russie: un ventiduenne Donizetti paga il suo debito a Rossini

Diversamente dalle stagioni dei teatri d'opera, i festival hanno il compito di scovare e mettere in luce lavori poco conosciuti. Il Festival Donizetti Opera di Bergamo adempie a questo scopo alla perfezione, pescando giudiziosamente nella sterminata produzione del suo illustre concittadino.

Quest'anno segna il duecentenario della seconda opera di Donizetti, quel Pietro il Grande, Czar delle Russie o Il falegname di Livonia che vide la luce nel 1819 a Venezia. Il libretto del marchese Gherardo Bevilacqua Aldobrandini è tratto dalla commedia Le menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageurs di Alexandre Duval (Parigi, 1805), commedia portata in Italia con un successo tale che nello stesso 1819 a Milano veniva presentato un altro lavoro derivato dalla pièce, Il falegname di Livonia di Giovanni Pacini su libretto di Felice Romani. Quello dell'Aldobrandini è un testo molto arguto e ricco di citazioni dotte e ironiche, come il verso «Siam navi all'onde algenti» del coro della scena XI preso dalla metastasiana Olimpiade messa in musica, tra gli altri, da Vivaldi. O «Se tutto il codice dovessi svolgere» di Bartolo da Le nozze di Figaro.

La vicenda è quella della coppia imperiale in viaggio sotto mentite spoglie che arriva in un villaggio del Baltico dove si consuma l'amore di Carlo, giovane falegname protégé della locandiera Madama Fritz, per Annetta, figlia innocente del ribelle Mazeppa. Alla fine lo zar stesso castigherà l'arrogante magistrato Cuccupis e benedirà magnanimamente l'unione dei due giovani dopo aver scoperto che Carlo è il fratello, ritenuto disperso, della zarina Caterina. Nella encomiastica tirata finale non sono lontani gli echi della Restaurazione del 1815, e nella figura dello Zar Pietro si può leggere un omaggio all'Imperatore Francesco II d'Asburgo regnante nuovamente su Venezia.

Già tutto donizettiano in questo “melodramma burlesco” è il mescolare il buffo col patetico, come avverrà nell'Elisir d'amore o nel Don Pasquale. Lo ha compreso bene il direttore Rinaldo Alessandrini, esperto barocchista che a capo dell'Orchestra “Gli originali”. Alessandrini legge con trasparenza e leggerezza una partitura piena di sorprese che mescola ingredienti del linguaggio rossiniano di cui a tratti sembra quasi una parodia, sia nello stile vocale sia nell'accompagnamento strumentale. Il barbiere di Siviglia e La cenerentola sono di pochi anni prima, e si sente. La musica di Donizetti ha comunque la freschezza e la vivacità delle sue opere buffe più mature. Nel Pietro il Grande molti sono i numeri di insieme (tre duetti, un sestetto, due concertati finali) e i cori, questi ultimi efficacemente sostenuti dal Coro Donizetti Opera guidato da Fabio Tartari.

Di buon livello è il cast vocale, anche se non è tanto nel Pietro affidato al sicuro mestiere di Roberto de Candia o nel Carlo di Francisco Brito, tenore corretto ma un po' scialbo, che bisogna cercare gli interpreti più interessanti: qui la scena è rubata dalla vivacità attoriale e dalla ragguardevole presenza vocale di Marco Filippo Romano, basso comico che veste i panni dell'esilarante Ser Cuccupis, il locale tronfio magistrato. Anche l'altro basso, l'usuraio Firman-Trombest ha in Tommaso Barea un efficacissimo esecutore mentre Marcello Nardis dà voce al personaggio di Hondedisky, prototipo del futuro Belcore. Anche tra le interpreti femminili non è la voce esile seppure agile di Nina Solodovnikova (Annetta) a entusiasmare, quanto quelle di Loriana Castellano e Paola Gardina, rispettivamente Caterina e Madama Fritz, alle quali Donizetti riserva proprio verso la fine dell'opera due pagine magistrali: alla zarina l'aria «Pace una volta, e calma» di andamento nobilmente mozartiano, e alla locandiera una scena con rondò «In questo estremo amplesso» di grande impatto teatrale. In entrambe le due cantanti hanno dimostrato doti espressive e preziosità vocali che hanno dato una dimensione in più ai due personaggi.

Per la messa in scena di questo raro titolo, Francesco Micheli, direttore artistico del festival, ha chiamato il collettivo romano Ondadurto Teatro di Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali, compagnia che si è fatta conoscere per i suoi spettacoli interdisciplinari, che spaziano dal nouveau cirque al teatro fisico, dalla danza al gesto. Del loro debutto nel mondo dell'opera è stata apprezzata la giovanile voglia di fare, che talora però ha portato agli eccessi di un horror vacui (mimi, trapezisti, proiezioni video) spesso importuno. Negli apparati scenici e nei costumi si sono riconosciuti gli elementi geometrici e ipercolorati dell'astrattismo russo (Kandinskij e soprattutto Malevič), adattati a forza a una vicenda ambientata nella Russia di Pietro il Grande. La rigidità dei pur notevoli costumi del K.B. Project non ha limitato i movimenti dei personaggi, ma ne ha sottolineato la sostanziale schematica tipizzazione.

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