This was the first performance in Turin of Janáček's sublime tragedy of guilt, a musical milestone of the 20th-century music for the stage and one of his most passionate scores. Originally conceived by Robert Carsen for the Vlaamse Opera, this production of Káťa Kabanová now arrives at Teatro Regio, the second chapter of Carsen's Janáček project including five of the best-known works of the great Moravian composer.

Andrea Danková (Káťa Kabanová) © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Andrea Danková (Káťa Kabanová)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

The plot, based on Alexander Ostrovsky's The Storm, is set in a Russian village, on the banks of the Volga. As in Jenůfa, in this small rural environment all the characters are more or less related: Marfa Ignatěvna Kabanová, named Kabanicha and widow of a wealthy merchant, has a son, Tichon, married to Káťa, and a foster daughter, Varvara, a carefree and independent girl who flirts with Kudrjáš, the teacher. Kabanicha has an equivocal relationship with the merchant Dikój, who takes pleasure in harassing his grandson Boris, who's in love with Káťa.

The village oppressive and bigoted environment is the source of unrest for a simple and sensitive soul like Káťa, here distraught by guilt for her adultery. Three couples are at the centre of the drama: one survives by fleeing away (Varvara and Kudrjaš take refuge in Moscow), one dissolves (Boris is sent to Siberia by his uncle and Káťa leaps into the river) only the third, that of the old despots Kabanicha and Dikój, outlasts, maybe even better than before.

Janáček's peculiar style is evident from the start, with that subdued prelude and those hushed eight fatal beats of the timpani that stress the name's syllables (Ka-te-ri-na Ka-ba-no-vá), a motto that will return another fifty times. In the extraordinary condensed finale, everything takes place within a few minutes: Káťa's farewell to her beloved, her leaping into the river, the cry for help of a passer-by, the drowning, the coming of the people of the village, the rescue of the corpse, the recognition, Tichon's accusation to his mother ("You have killed her! you have murdered her!"), her cynical cue ("Thank you, good people, thank you for your help!") and the closing Volga's song.

Andrea Danková (Káťa) and Lena Belkina (Varvara) © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Andrea Danková (Káťa) and Lena Belkina (Varvara)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

In Carsen's ravishing staging, revived in Turin by Maria Lamont, the river's waters are present from the beginning. The stage is turned into a pool in which the multiple copies of Káťa in her white dress “drown” in the shallow water. The same girls relocate the wooden walkways to create the different environments: the shore from which Kudrjaš is fishing in the first scene; the Kabanov's room; the garden and the river bank where the adultery is committed in the second act; the parallel runways where the desperate lovers say their last goodbye in the third act, without even getting close to one another.

Patrick Kinmonth's set design includes a mirror reflecting the surface of the water, its ripples and splashes during the storm. Particularly touching is the staging of the farewell scene. Separated by the still body of water, Boris is just a black shadow on the other side. Slowly the light increases and Boris' features are more discernible, but he is always out of reach. Káťa touches the water's surface and the ripple spreads like a circle until it reaches her beloved on the other bank.

Andrea Danková (Káťa) and Misha Didyk (Boris) © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Andrea Danková (Káťa) and Misha Didyk (Boris)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Even the villagers attending to the discovery of the body are a set of black silhouettes that hastily depart and leave Tichon and Kabanicha alone on stage: the son looks at his mother in horror and then leaves, perhaps forever. The woman remains still for a moment, coldly contemplating the girl's corpse, then she readjusts her hair with a coy gesture of the hand and then leaves from the other side. The Personregie here is another of the strong points of Carsen's productions, quintessential in this drama full of numberless psychological subtleties.

The crisp sound of Janáček's music are entrusted to the expert and sensitive hands of Marco Angius. The dramatic silences, the dreamy and heavenly pages, the outbreaks of the hostile nature were performed to perfection by the orchestra.

On stage there was a cast of excellent singers, most of them native Czech speakers to make the most of the conversational style of Janáček's singing. The young Andrea Danková was an intense Káťa with a beautiful vocal style, just lacking a little theatrical character. Rebecca de Pont Davies delineated a cold and cynical Kabanicha while Lena Belkina's warm tone suited Varvara. The three male interpreters portrayed their different characters effectively: the vibrant Štefan Margita was the cowardly Tichon, Misha Didyk had a beautiful timbre as Boris and Oliver Zwarg was an authoritative Dikoj.

The determined and prolonged cheers at the end proved the audience's appreciation for the superb and touching performance.

 

L'incantevole messa in scena di Carsen de Káťa Kabanová al Regio di Torino

Prima esecuzione a Torino di questa «sublime tragedia della colpa», pietra miliare dell’opera del Novecento e una delle pagine più intense di Leoš Janáček. Concepito originariamente da Robert Carsen per l’Opera delle Fiandre, questo allestimento di Káťa Kabanová arriva ora al Regio come seconda puntata del progetto di allestimento dei cinque lavori più conosciuti del grande musicista moravo da parte del regista canadese.

La vicenda, tratta dalla pièce teatrale Uragano di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij, è ambientata in un villaggio russo sulle rive del fiume Volga. Come in Jenůfa, anche in questo ristretto ambiente rurale sono tutti più o meno imparentati o comunque si conoscono: Marfa Ignatěvna Kabanová, detta Kabanicha, vedova di un ricco mercante, ha un figlio, Tichon, sposato a Káťa, e una figlia adottiva, Varvara, ragazza spensierata e indipendente che flirta con il maestro Kudrjáš. Kabanicha ha un equivoco rapporto con il mercante Dikój, il quale fa di tutto per vessare il nipote Boris, innamorato corrisposto di Káťa.

L’ambiente opprimente e bigotto del villaggio è l’origine dei drammi delle anime semplici e sensibili come quelle di Káťa, qui sconvolta dal senso di colpa per l’adulterio. Delle tre coppie su cui verte il dramma, una si salva fuggendo lontano (Varvara e Kudriaš si rifugiano a Mosca), una si spezza (Boris è mandato in Siberia dallo zio e Káťa si getta nel fiume), la terza, quella dei vecchi despoti Kabanicha e Dikój, sopravviverà, spassandosela forse ancora meglio di prima.

Il peculiare stile del compositore è perfettamente riconoscibile fin dalle prime battute di questa sua sesta opera con il moderato del preludio e quei sommessi otto fatali colpi di timpano che scandiscono le sillabe del nome (Ka-tě-ri-na Ka-ba-no-vá), motto che ritornerà altre cinquanta volte nel corso dell’opera. Così come nella straordinaria concisione del finale, in cui in pochi minuti avviene tutto quanto: l’addio all’amato di Káťa, il suo gettarsi nel fiume, il grido di aiuto di un passante, l’annegamento, l’arrivo della gente del villaggio, il recupero del cadavere, il riconoscimento, l’accusa di Tichon alla madre («Voi l’avete uccisa! Voi l’avete ammazzata!»), la sua cinica frase («Grazie, brava gente, vi ringrazio per il vostro aiuto!») e il “sospiro del Volga” conclusivo.

Nella stupenda messa in scena di Carsen, ripresa a Torino da Maria Lamont, le acque del fiume sono presenti fin dall’alzarsi del sipario: il palcoscenico è trasformato in uno specchio d’acqua in cui “annegano” le molteplici copie di Káťa nel loro vestito bianco. Le stesse figuranti sposteranno le passerelle di legno per creare di volta in volta i diversi ambienti: la riva da cui Kudriaš pesca nel primo quadro; la camera dei Kabanov; il giardino e la sponda del fiume in cui si consuma il sofferto adulterio nel secondo quadro; le passerelle parallele in cui i disperati amanti si danno l’ultimo addio senza neanche potersi avvicinare nel terzo.

Nella scenografia di Patrick Kinmoth uno specchio riflette quanto avviene sulla superficie dell’acqua, le increspature, gli spruzzi durante lo scatenarsi del temporale. Particolarmente toccante è la realizzazione della scena d’addio dei due amanti. Separati da un immobile specchio d’acqua, Boris è solo un’ombra nera sull’altra sponda. Piano piano la luce aumenta (il gioco luci, di Carsen stesso e di Peter Van Praet, raggiunge in questa produzione l’assoluta perfezione) e si distinguono le fattezze di Boris, sempre irraggiungibile. Káťa tocca la superficie dell’acqua e l’increspatura si allarga come un cerchio fino a raggiungere l’amato. Anche la gente del villaggio che assiste al ritrovamento del corpo è un insieme di nere silhouette che si allontanano poi frettolosamente e in scena rimangono soli Tichon e Kabanicha: il figlio guarda con orrore la madre e se ne va, forse per sempre, chissà. La donna rimane ancora un istante a contemplare con freddezza il cadavere della ragazza, si riaggiusta ancora una volta i capelli con un gesto civettuolo ed esce anche lei con passo deciso dall’altra parte. La personregie si dimostra qui un altro dei punti di forza degli allestimenti di Carsen, ancora più essenziale in questo dramma di Janáček fatto di innumerevoli sottigliezze psicologiche.

Le terse sonorità di questa musica sono affidate alle esperte e sensibili mani del maestro Marco Angius, interprete tra i più qualificati del repertorio novecentesco. I drammatici silenzi, le trasognate e celestiali pagine, gli scoppi della natura ostile sono resi alla perfezione dall’orchestra del teatro mentre in scena c’è una compagnia di cantanti eccellenti, per la maggior parte molto opportunamente di madre lingua ceca per poter rendere al meglio lo stile conversativo del canto janačekiano.

La giovane Andrea Danková è una Káťa intensamente sofferta dalla bella vocalità cui manca poco per rendere il suo personaggio teatralmente ancora più memorabile. Cosa che riesce invece a Rebecca de Pont Davies che delinea una Kabanicha gelida e cinica mentre Lena Belkina è una Varvara di calda vocalità. I tre personaggi maschili declinano efficacemente i diversi caratteri: il sonoro Štefan Margita è l’imbelle Tichon, Misha Didyk è un Boris di bella voce e Oliver Zwarg autorevole e dispotico Dikoj.

Gli insistenti e prolungati applausi finali hanno dimostrato l’apprezzamento del pubblico per il bellissimo spettacolo.

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