Maurice Ravel composed Shéhérazade in 1903, one year after the revelation of Debussy's Pelléas et Mélisande, but it was from Baudelaire that the three poems took inspiration. Tristan Klingsor's lines are litanies of the desire for travel and for the eastern world evoked in Asie, the first song of the triptych, a small Baedeker that describes exotic attractions. The line "Je voudrais voir" (I'd like to see) is repeated 14 times and every vision is a subtle variation in agogic accents and harmony accomplished on the keyboard trying to recreate the colours of Ravel's bright orchestration. The voice goes along with a recitative full of expression that enhances the inflections of the text.

Marianne Crebassa © Simon Fowler | Warner Classics
Marianne Crebassa
© Simon Fowler | Warner Classics

Ravel's song cycle was the core of an evening that put under the spotlight two very different but tight-knit performers. Marianne Crebassa has so far been admired in opera's trouser roles, but her Milanese recital included songs of feminine elegance and finesse. She was joined by Fazil Say, a Turkish pianist and composer known for his bold renditions of keyboard classics.

The evening had begun with Debussy's Trois mélodies, based on three Paul Verlaine poems where the sea is the leading character, metaphorical or real. As in Ravel's songs, a more seductive, more sumptuous colour would be preferable, while Crebassa indulged in mezza voci with a fresh timbre and light vibrato. Her dominant register was medium-acute, luminous and well projected and her phrasing reflected the French language in all its nuances, but the performance of the young mezzo-soprano was admired more for its correctness than for its seductiveness.

Debussy later returned with two of his Préludes from the First Book for piano solo. One knows countless executions of La Cathédrale engloutie, but Say's version was made distinctive by ghostlike sounds, almost to the limits of audibility, while with his free hand he was "playing" notes and silences in the air. In Minstrels, he delivered the brusque almost Stravinskian pulse with great clarity. But it is with three of Erik Satie's Gnossiennes that the Turkish pianist won over the audience: Say offered an almost unprecedented rendering of these eccentric miniatures, emphasising their oriental colour, with those arabesques supported by stubborn figures that enhance the freedom of pace – the composer wrote them without the bar lines, unusual for the last decade of the 19th century.

Fazil Say © Marco Borggreve
Fazil Say
© Marco Borggreve

The French section of the recital came to a conclusion with Gabriel Fauré and Henri Duparc. The first and last of Fauré's Mirages were performed: in Cygne sur l'eau and in Danseuse the subdued piano accompaniment supported the horizontal singing of the voice, giving shape to elusive musical pictures.

Fifty years before, Chanson triste was one of Henri Duparc's first works. Here a romantic moonlight, depicted by the soft arpeggios of the piano, formed the background to the elegy intoned by Crebassa's voice, here more intimate than ever. A more theatrical character was found in Au pays où se fait la guerre, based on Théophile Gautier's poem. It is almost an operatic scene with a piano introduction that leads to a woman weeping for her beloved who is departing for the war leaving her alone and broken-hearted. Crebassa set forth a condition of tragic resignation without exaggerating in dramatic tones.

The concert ended with two of the three pieces composed by Fazil Say as a response to the Turkish government's repression of protesters against the construction of a shopping mall in Istanbul's Gezi Park in May 2013. The protests soon resulted in open dissent against Prime Minister Erdoğan's politics, extending to the whole country. The fierce police repression left nine dead on the streets, including the innocent young Berkil Elvan, to whom the third part of the sonata Gezi Park 2, is entitled. It is a dramatic page that, after a soft start where the pianist's hand inside the instrument's body dampens or hits the metal strings, grows into an epic mood ending with heavy clusters that recall Keith Jarrett's jazz improvisations in his concerts of the 1970s.

With Gezi Park 3, Say proposed a vocalised ballade, dedicated to Crebassa herself, who finally revealed her dramatic temperament, including sobbing and almost crying. With another page of vocalisations, Ravel's Vocalise (en forme de habanera) that concluded the first part of the programme earlier, she exhibited her vocal agility.

At the determined applause of the audience, the two artists conceded an encore: Cherubino's aria from Mozart's Nozze. The Crebassa we know.


Eleganza e finezza: Marianne Crebassa in recital alla Scala

Maurice Ravel compose il suo ciclo Shéhérazade nel 1903, un anno dopo la rivelazione del Pelléas et Mélisande di Debussy, ma è a Baudelaire che si ispirano le tre liriche su versi di Tristan Klingsor: sono litanie del desiderio per il viaggio, per il mondo dell'oriente rievocato in Asie, il primo pezzo del trittico, piccolo Baedeker che ne descrive le attrazioni esotiche. L'invocazione “Je voudrais voir” viene ripetuta ben 14 volte e ogni visione è una sottile variazione dell'agogica e dell'armonia realizzati sulla tastiera che cerca di ricreare i colori della rutilante orchestrazione di Ravel. La voce dipana un recitativo pieno di espressione che esalta le inflessioni del testo.

Il ciclo di Ravel era la parte centrale di una serata che ha visto esibirsi due artisti molto diversi ma affiatati. Se Marianne Crebassa è stata finora ammirata nei ruoli en travesti dell'opera, qui invece il programma del recital milanese prevedeva brani di musica da camera di eleganza e delicatezza tutta femminile. Insieme a lei era Fazil Say, pianista e compositore turco che si è fatto notare per la spregiudicatezza con cui interpreta i classici della tastiera.

La serata era iniziata con Debussy di cui sono state presentate le Trois mélodies del 1891 su versi di Paul Verlaine, in cui il mare, metaforico o reale, è protagonista. Come per i brani di Ravel, si sarebbe preferita una voce dal colore più seducente, più sontuosa, mentre la Crebassa indulge nelle mezze voci con un timbro fresco e vibrato. Il registro dominante è quello medio-acuto, luminoso e ben proiettato, e il suo fraseggio riflette la lingua francese in tutte le sue sfumature. Della performance del giovane mezzosoprano si ammira la correttezza ma non se ne viene veramente incantati.

Debussy è ritornato in seguito per il solo pianoforte con due dei Préludes del primo libro. De La Cathédrale engloutie esistono innumerevoli esecuzioni e questa di Say si è distinta per i suoni spettrali, quasi al limite dell'udibile, mentre con la mano libera “suonava” nell'aria note e silenzi. Con Minstrels ha reso lucidamente i ritmi bruschi e spezzati, quasi stravinskiani, della pagina. Ma è con tre delle Gnossiennes di Erik Satie che il pianista turco ha conquistato il pubblico: Say ha offerto una versione quasi inedita di questi brani eccentrici, sottolineandone la grande modernità e il colore orientaleggiante, con quelle volute e quegli arabeschi sostenuti da figure ostinate che esaltano la libertà ritmica del pezzo – il compositore le scrisse senza tracciare le stanghette che dividono le battute, cosa inusuale per l'ultimo decennio del diciannovesimo secolo.

Con Gabriel Fauré e Henri Duparc si è conclusa la pagina francese del recital. Di Fauré sono stati eseguiti il primo e l'ultimo dei suoi Mirages. Nel Cygne sur l'eau e nella Danseuse il sobrio accompagnamento pianistico ha sostenuto il canto orizzontale della voce solista che ha dato forma a questi elusivi quadri musicali.

Cinquant'anni prima, con Chanson triste Henri Duparc firmava uno dei suoi primi lavori, in cui un romantico chiaro di luna, reso dai morbidi arpeggi del pianoforte, fa da sfondo all'elegia intonata dalla voce, qui più intima che mai, della Crebassa. Un'atmosfera più teatrale è quella di Au pays où se fait la guerre, su testo di Théophile Gautier. Quasi una scena operistica con un'introduzione pianistica che porta al lamento della donna che piange l'amato partito per la guerra lasciandola sola e col cuore infranto. La voce della Crebassa ha delineato una condizione di tragica rassegnazione senza esagerare nei toni drammatici.

Il concerto è terminato con due dei tre pezzi composti da Fazil Say come risposta alla repressione del governo turco nei confronti di chi protestava contro la costruzione di un centro commerciale al posto del parco Gezi di Istanbul nel maggio 2013. Presto la protesta è sfociata in aperto dissenso contro la politica del premier Erdoğan estendendosi a tutto il paese. La feroce repressione della polizia ha lasciato sulle strade nove morti, tra cui il giovane innocente Berkil Elvan, a cui è dedicata la terza parte della sonata Gezi Park 2, una pagina drammatica che dopo un inizio in sordina, con la mano del pianista dentro la cassa dello strumento che smorza o colpisce direttamente le corde di metallo, cresce poi in modo epico per poi concludersi con clusters materici e andamenti quasi jazzistici che richiamano le improvvisazioni di Keith Jarrett nei concerti degli anni '70.

Con Gezi Park 3, Say propone una “ballade” per vocalizzi dedicata alla stessa Crebassa che qui ha esibito finalmente un temperamento drammatico che l'ha spinta fino ai singhiozzi e al grido. Con un'altra pagina di vocalizzi, il Vocalise (en forme de habanera) di Ravel con cui aveva esibito le sue doti di agilità vocale, si era conclusa la prima parte del programma.

A fronte degli insistenti applausi del pubblico i due artisti hanno concesso un fuori programma: l'aria di Cherubino dalle Nozze di Mozart. Ecco la Crebassa che conosciamo.



***11