It was Hitler's favourite piece of music, Alma Mahler hummed its melodies to her husband and Shostakovich quoted it in his Seventh Symphony. Yet, before its debut on 30 December 1905, Die lustige Witwe (The Merry Widow) still had to face the incomprehension of the Theater an der Wien's director who, with his Viennese accent, stated “Das ist ka' Musik!” (But this is not music!). He had to change his mind later when Lehár's work reached 500 performances in his theatre and found fame abroad.

Nadja Mchantaf (Hanna Glawari) and Christoph Pohl (Count Danilo) © Michele Crosera
Nadja Mchantaf (Hanna Glawari) and Christoph Pohl (Count Danilo)
© Michele Crosera

In our times of great uncertainty the operetta delights us once more thanks to its nostalgic side; in 1905 it was the regret for an era that was setting, now it's the present time that scares us. The ways to stage this old fashioned genre were either a conventional production with sequins, ostrich feathers and turn of the century decor, suited to matinees in small towns, or deconstruction by an avant-garde director – and this is what Hans Neuenfels did with Fledermaus in Salzburg in 2001 or Christoph Marthaler in Basel with La Grande-duchesse de Gérolstein in 2009.

A third way was taken by Barrie Kosky at the Komische Oper in Berlin and now by Damiano Michieletto here at the Fenice in Venice: the approach is not conventional but shows the utmost respect for the fragility of this genre. The original language is used, there are prominent interpreters, non-trivial scenery and the skilled hands of a great opera house at work. According to Michieletto, there are two leading themes in the plot: money (belonging to the rich widow whose heritage would bankrupt the fragile finance of her small state if handed over to a foreigner) and the theme of love (the lawful one of Hanna and Danilo and the least licit love of Camille and Valencienne, not to mention the self-absorbed love of the various suitors including Cascada and St Brioche).

<i>The Merry Widow</i> © Michele Crosera
The Merry Widow
© Michele Crosera

In Act 1 we are inside the Bank of Pontevedro, which replaces the original embassy; in Act 2 a popular ballroom with its orchestra; in Act 3 Danilo's office, here the bored bank clerk, who has to save the finances of his country by marrying the young widow – with whom he had long been in love anyway. Paolo Fantin recreates these environments with his accurate scenery, while the lights by Alessandro Carletti give them allure. In this staging we are at the end of the 1950s (an easy-going period of the past century) as suggested by Carla Teti's colourful costumes. 

Without distortion, Michieletto maintains the spirit of divertissement without diminishing the substance, the truth of the story or the credibility of the characters. Chiara Vecchi's choreography adapts modern steps to old waltzes and polkas, thus preserving the driving energy innate in Lehár's music, a zest that makes you unable to stay motionless.

<i>The Merry Widow</i> © Michele Crosera
The Merry Widow
© Michele Crosera

The "Vilja-Lied", played by a small orchestra, is a moment of great nostalgia where the couples slowly dance, tenderly hugging. That takes its turn with the joyous rhythmic fury of the kolo, "la danse de notre patrie", as sighed with melancholia by Hanna and Danilo, both "exiles" in Paris. Njegus here is not the usual vaudeville character, but a kind of taciturn Puck whose sparkling dust is thrown when the plot does not take the turn you want – which is always the one dictated by feelings, not by reason of state or from bourgeois morality. Michieletto also brilliantly solves the grisettes routine of Act 3: Danilo is dozing at his desk and dreams of Lolo, Dodo, Jou-Jou etc. They enter from the windows or exit from the filing cabinet, this time with sequins and feathers on their heads as burlesque dancers. They perform their skit and then disappear when Danilo is awakened by Zeta to his duties as future consort and savior of the country.

First-rate interpreters are employed in this production. Nadja Mchantaf was a glorious Hanna Glawari, maybe not always perfect (high notes are sometimes forced) but with great stage presence and vocal sensitivity. The strong point of the evening, however, was Christoph Pohl's Count Danilo. Simply perfect, scenically, and vocally always measured, he not only managed to enchant the audience with his incomparable technique and expressiveness, but also granted himself the shot of getting on the orchestra stand to improvise some themes from the opera on his electric bass.

Christoph Pohl (Count Danilo) © Michele Crosera
Christoph Pohl (Count Danilo)
© Michele Crosera

Adriana Ferfecka's Valencienne and Konstantin Lee's Camille de Rosillon are equally convincing, but unfortunately the evening was not propitious to Franz Hawlata, Baron Mirko Zeta: despite impeccable acting, his voice sounded worn; one hopes this was due to a temporary indisposition. The other performers were brilliant and so were the chorus and dancers.

The Orchestra of the Teatro La Fenice conformed to Stefano Montanari's energetic and enthralling rhythms, a verve that has already been evident in his Rossini and Donizetti performances. The Venetian Carnival could not have had a better start this year.

 

La vedova è ancora allegra, anche senza lustrini e piume

Era la preferita di Hitler, Alma Mahler ne canticchiava al marito le suadenti melodie e Šostakovič la citò nella sua settima sinfonia.

Eppure prima del suo debutto il 30 dicembre 1905, Die lustige Witwe ancora incontrava l'incomprensione del direttore del Theater an der Wien che, col suo accento viennese, sentenziava «Das ist ka' Musik!» (Ma questa non è musica!). Si dovette ricredere dopo le oltre cinquecento repliche che il lavoro di Lehár ebbe nel suo teatro e in tanti altri negli anni che seguirono.

In questi tempi di grandi insicurezze l'operetta torna a piacerci per quel suo lato nostalgico: se allora era la malinconia per un'epoca che tramontava, qui c'è un presente che ci fa paura. Due sembravano le strade con cui mettere in scena questo genere così datato: una produzione vecchia maniera con lustrini e piume e lussuoso décor fine secolo adatta alle matinée di provincia, oppure la destrutturazione da parte del regista d'avanguardia, quello che hanno fatto ad esempio Hans Neuenfels col Fledermaus a Salisburgo nel 2001 o Christoph Marthaler nel 2009 a Basilea con La Grande-duchesse de Gérolstein. Una terza via è stata invece scelta da Barrie Kosky alla Komische Oper di Berlino e ora da Damiano Michieletto qui alla Fenice di Venezia: un approccio non convenzionale ma nel massimo rispetto per la fragilità di questo genere. Lingua originale dunque, interpreti di primo piano, scenografie non banali e le eccellenze di un grande teatro lirico.

Per Michieletto due sono i temi presenti nella vicenda: i soldi (della ricca vedova, il cui patrimonio manderebbe in bancarotta le fragili casse del suo piccolo stato se finisse in mani straniere) e l'amore (quello lecito di Hanna e Danilo e quello meno lecito di Camille e Valencienne, per non parlare di quello interessato dei vari pretendenti tra cui Cascada e St. Brioche). Nel primo atto siamo quindi all'interno della banca del Pontevedro, che sostituisce l'ambasciata dell'originale; nel secondo una sala da ballo con orchestrina; nel terzo l'ufficio di Danilo, l'annoiato impiegato che deve salvare le finanze del paese impalmando la giovane vedova, di cui comunque era da tempo innamorato. Con le sue accurate scenografie Paolo Fantin ricrea con amore questi ambienti mentre la magia delle luci di Alessandro Carletti fa il resto. Siamo a cavallo tra gli anni '50 e '60 (un altro periodo spensierato del secolo scorso) come ci suggeriscono i colorati costumi di Carla Teti.

Senza snaturarla, l'operetta di Michieletto mantiene lo spirito di divertissement e brillantezza del lavoro senza sminuire lo spessore, la verità della storia e la credibilità dei personaggi. Le coreografie di Chiara Vecchi adattano ai valzer e alle polke movimenti moderni preservando quella carica di energia motrice insita nella musica di Lehár che ti fa ballare anche sulla sedia.

Il “Vilja-Lied” è un momento di grande malinconia intonato da un'orchestrina da balera, mentre sulla pista le coppie si stringono nel “ballo della mattonella”, alternato alla gioiosa furia ritmica del kolo, «la danse de notre patrie» sospirano con nostalgia Hanna e Danilo, “esuli” in quel di Parigi. Njegus qui non è il solito caratterista da avanspettacolo, ma una specie di Puck taciturno che con la sua polvere luccicante si inserisce nella vicenda quando questa non prende la piega che si vorrebbe – che è sempre quella dettata dai sentimenti, non dalla ragion di stato e dalla morale borghese. Michieletto risolve poi in maniera geniale il numero delle grisettes del terzo atto: Danilo si appisola sulla sua scrivania e sogna le varie Lolo, Dodo, Jou-Jou etc. che entrano in scena dalla finestra o escono dal mobile degli schedari, questa volta sì con i lustrini e le piume in testa di ballerine di varietà, per poi sparire quando Danilo viene risvegliato da Zeta e richiamato ai suoi doveri di futuro consorte e salvatore della patria.

Interpreti di prim'ordine varano questa produzione. Hanna Glawary è una Nadja Mchantaf magari non sempre perfetta (gli acuti sono talora forzati) ma di grande presenza scenica e bellezza vocale. Il punto di forza della serata è però il Conte Danilo di Christoph Pohl, semplicemente perfetto, scenicamente e vocalmente sempre misurato. Non solo riesce a incantare il pubblico con la sua impareggiabile tecnica ed espressività, ma si concede anche lo sfizio di salire sul palco dell'orchestrina per improvvisare col basso elettrico alcuni temi dell'opera.

Efficaci sono gli amanti segreti: la Valencienne di Adriana Ferfecka e il Camille de Rosillon di Konstantin Lee. Serata non propizia invece per Franz Hawlata, Baron Mirko Zeta attorialmente inappuntabile ma dalla voce che denuncia un'usura che si spera sia dovuta a una indisposizione passeggera. Brillanti gli altri interpreti e gli interventi del coro, così come i danzatori.

L'orchestra del teatro asseconda bene Stefano Montanari che dà sfogo alla sua energia con ritmi trascinanti e una verve che trapelava già dalle sue esecuzioni rossiniane e donizettiane. Non poteva iniziare meglio il Carnevale veneziano quest'anno.

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