Although the translation of Schiller's original text attenuated its “criminal gloomy mood”, the critics of the time called I masnadieri (Die Räuber) “an abhorrent and disgusting monstrosity”, accusing it of immorality and incitement to commit crime! Three men are driven by violent sentiments. Massimiliano (Count Moor) has banished his son, Carlo, who consequently establishes himself at the head of a gang of bandits with the aim of making a massacre of the “cursed clay”, the depraved humanity of his brother, Francesco, who plans to hasten his father's death to take possession of the estate. In contrast to this world of male brutality stands the pure soul of Amalia, an orphan in love with Carlo.

Massimo Cavaletti (Francesco), Michele Pertusi (Massimiliano) and Lisette Oropesa (Amalia) © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Massimo Cavaletti (Francesco), Michele Pertusi (Massimiliano) and Lisette Oropesa (Amalia)
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

I masnadieri is not one of Verdi's most popular titles and it was not always judged well; the slowness and lack of dramatic intention in the plot and the thinness of the characters are the weak points. Massimo Mila even defined it "Verdi's ugliest opera", but lately the work has enjoyed some popularity, confirmed by this new production at the Teatro alla Scala.

Established as a genuinely disruptive director through productions such as the unforgettable Giulio Cesare at Glyndebourne or the shocking Royal Opera Salome, Sir David McVicar has since taken the road of less disturbing stagings by showing great respect for settings and period customs. This has made him one of the most renowned and in demand opera directors. For the elegance of his staging, McVicar was compared to the recently deceased Franco Zeffirelli, who was remembered with deep feeling by La Scala's superintendent Alexander Pereira before the performance.

Previously at La Scala, McVicar has directed Les Troyens with huge success, but now, with I masnadieri, he has aroused the susceptibility of those who believe themselves the repository of the only and true Verdi tradition. Thus the final results were diversified, with loud dissent towards the director from one part of the public, among many cheers. But McVicar was not the only one to endure the bias of some spectators, even the conductor and one of the performers were both hissed and cheered. But first things first.

Fabio Sartori (Carlo) and chorus © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Fabio Sartori (Carlo) and chorus
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

The evening started in a satisfactory way, even if the director's choice to set the whole story inside the Moor's castle was a little perplexing. The scenery, designed by Charles Edwards, recalled the severe environment of the Castle Solitude, where Schiller studied. There were curious details though, such as the showers in the background hinting at the bandits' camp, while on the right, on a high pedestal, the Count's statue concealed the crypt where he would be locked up. In Act 3, the environment bears the signs of decay and the statue is now that of the new lord, who gives himself to orgies and violence.

Soldiers witness the punishment of one of their number, and later it will be clear that this man is Carlo's alter-ego: always present on stage, he is the good side of the character, reading Plutarch and handing the sword to Amalia to defend herself from the wicked Francesco. One suspects that this director's invention compensates for the lack of stage presence of Fabio Sartori, who sings Carlo, and that somehow this silent figure complements the personality of a character already unconvincing in the libretto and here on stage even less so. Sartori is appreciated only for the pure line of his singing, his beautiful phrasing, bright high notes and a pleasant timbre, although his diction is not so limpid.

Lisette Oropesa (Amalia) © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Lisette Oropesa (Amalia)
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

In the role created for Jenny Lind, Lisette Oropesa, in her La Scala debut, demonstrated a magnificent silvery voice, beautiful vibrato and impeccable coloratura. Her performance was cheered by the public, but the full and unchallenged success goes to Michele Pertusi, who took up the role written for Luigi Lablache, Massimiliano. Even if his character has little memorable music, Pertusi managed to leave a lasting impression through his noble vocal presence and the intensity expressed in the duet with his son.

The most complex character, and in his own way the most interesting, is that of Francesco, the son who converts the resentment of being second-born into hatred. It needs an interpreter who makes the character plausible in his evil grandeur, but Massimo Cavalletti, although vocally correct, failed to convince the audience, who in the end proved to be merciless towards him, this time almost unanimously.

The same audience was split towards the conductor, and here it is difficult to understand why. Michele Mariotti is an affirmed specialist of this repertoire and from the overture, with its beautiful cello solo, the gloomy tones of Verdi's score were rendered with mastery, the cabalettas enthralling and the lyrical moments well expressed. Even the waltz that accompanies the bandits' chorus in Act 3 was played with the mocking intention chosen by the composer. Together with the excellent La Scala orchestra, the chorus, under Bruno Casoni, reached remarkable levels of performance.


L'opera più brutta” di Verdi torna alla Scala con esiti contrastati

Nonostante la traduzione dell'originale di Schiller ne avesse attenuato “la tetra criminalità”, la critica del tempo definì I masnadieriun'aborrente e schifosa mostruosità”, tacciandola di immoralità e incitamento a delinquere! Tre uomini sono spinti da violenti sentimenti: Massimiliano ha bandito il figlio Carlo che quindi si pone a capo di una banda di masnadieri con lo scopo di fare strage dell' “argilla maledetta”, la perversa umanità, mentre l'altro figlio Francesco fa seppellire vivo il padre per prenderne i possedimenti. In contrasto con questo mondo di maschia brutalità è l'anima pura di Amalia, orfana innamorata di Carlo.

Questo è un titolo non tra i più frequentati di Verdi e non sempre giudicato positivamente: la lentezza, la mancanza di intenzione drammatica nella trama e i personaggi chiusi in sé stessi sono i suoi punti deboli. Massimo Mila è arrivato a definirla “la più brutta opera di Verdi”, ma ultimamente il lavoro gode di una certa popolarità, suggellata da questa nuova produzione del Teatro alla Scala.

Affermatosi con regie genialmente dirompenti quali l'indimenticabile Giulio Cesare di Glyndebourne o la scioccante Salome di Londra, Sir David McVicar ha poi preso la strada di messe in scene meno sconvolgenti e con un grande rispetto per l'ambientazione e i costumi dell'epoca. La cura scenica lo ha reso uno dei registi più rinomati e richiesti. È stato paragonato per l'eleganza delle sue messe in scena all'appena scomparso Franco Zeffirelli, che il sovrintendente del teatro Alexander Pereira ha ricordato con commozione prima dello spettacolo.

Qui alla Scala McVicar aveva presentato con enorme successo Les Troyens, ma ora con questo Verdi tocca la suscettibilità di chi si crede depositario della vera tradizione verdiana. I risultati sono stati piuttosto contrastati, con sonori dissensi da una parte del pubblico nei confronti del regista e altrettanti applausi. Ma McVicar non è stato il solo a subire la severità di alcuni spettatori: anche il direttore e uno degli interpreti hanno ricevuto sonori buu misti ai battimani. Ma andiamo con ordine.

La serata era iniziata in maniera soddisfacente, anche se aveva lasciato un po' perplessi la scelta del regista di ambientare la vicenda all'interno del castello dei Moor. La scenografia disegnata da Carlo Edwards ricorda i severi ambienti del collegio Solitude in cui studiò Schiller. Ci sono particolari curiosi, come le docce sullo sfondo che fanno riferimento all'accampamento dei masnadieri, mentre sulla destra, su un alto piedistallo, la statua del conte cela il sepolcro in cui verrà rinchiuso. Nella parte terza, l'ambiente porta i segni del decadimento e la statua è ora quella del nuovo signore che si dà alle orge e alle violenze.

Dei militari assistono alla punizione di uno di loro, che si capirà in seguito essere l'alter-ego di Carlo: sempre presente in scena, è la parte buona del personaggio, che si ciba di Plutarco e porge ad Amalia la spada per difendersi dal perfido Francesco. Viene il sospetto che l'invenzione registica di questo personaggio muto compensi la mancanza di presenza scenica di Fabio Sartori, che interpreta Carlo, e che in qualche modo completi la personalità di questo personaggio già poco convincente nel libretto, e qui in scena ancora meno. Di Sartori si apprezza quasi solo la nobile linea del canto, il bel fraseggio, lo squillo negli acuti e il timbro gradevole, anche se la sua dizione è un po' impastata.

Nella parte che fu creata per Jenny Lind, Lisette Oropesa, al suo debutto alla Scala, ha sfoggiato l'argento della sua voce, il bel vibrato, l'intensità del registro acuto, le impeccabili colorature. La sua performance ha riscosso il plauso del pubblico, ma il successo pieno e incontrastato va a Michele Pertusi, che riprende la parte che fu del Lablache, Massimiliano. Anche se il personaggio non ha pagine musicalmente memorabili, Pertusi è riuscito a lasciare un'impronta indelebile del suo personaggio con la nobile presenza vocale e l'intensità espressa nel duetto col figlio.

Il personaggio più complesso, e a suo modo interessante, sarebbe quello di Francesco, il figlio che trasforma in odio sovrumano il rancore di essere secondogenito. Qui ci vorrebbe un interprete che rendesse plausibile il personaggio nella sua grandezza malvagia, ma Massimo Cavalletti, pur vocalmente corretto, non è riuscito a convincere il pubblico, che alla fine si è dimostrato impietoso nei suoi confronti, questa volta quasi all'unanimità.

Lo stesso pubblico era diviso invece nei confronti del direttore, e non è chiaro perché. Michele Mariotti è specialista affermato di questo repertorio, e fin dall'ouverture, segnata dal bellissimo assolo del violoncello, le tinte fosche della partitura erano rese con maestria, le strette delle cabalette trascinanti e i momenti lirici ben espressi. Anche il valzerino che accompagna il coro dei masnadieri nella terza parte aveva la beffarda intenzione voluta dal compositore. Assieme all'eccellente orchestra, il coro, sotto la direzione di Bruno Casoni ha raggiunto livelli stupefacenti.

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