Metastasio's Didone abbandonata has been set to music at least sixty times, from Domenico Sarro in 1724 to Saverio Mercadante in 1823. In those hundred years composers like Domenico Scarlatti, Albinoni, Handel, Porpora, Galuppi, Hasse, Jommelli, Cherubini and Paisiello didn't refrain from having a Didone abbandonata in their music catalogue.

Roberta Mameli (Didone) © Simone Donati | TerraProject
Roberta Mameli (Didone)
© Simone Donati | TerraProject

A long way from Purcell, who 37 years earlier had focused the drama on the Queen of Carthage and the Trojan Prince, here the plot involves six characters: two women and four men, in a complex network of relationships in which Iarba (King of the Moors) loves Dido, Dido loves Aeneas (but he has an empire to found overseas), Selene (Dido's sister) loves Aeneas, while Araspe (Iarba's confidant) loves Selene. The only character not entangled in love affairs is Osmida (Dido's disloyal confidant), totally determined in his ambition for power.

Leonardo Vinci was among the first to set the libretto to music. His work is a skillful sequence of recitatives and solo arias (there are no duets or trios), all very pleasant and full of lyricism, a typical trait of the Neapolitan opera school. His Didone abbandonata premiered in Rome 1726 at the Teatro delle Dame, a theatre which, despite the name, was banned to women, who, by papal decree, could not tread the boards of the Roman theatres. Therefore the two female characters were played by famous castrati. In modern times, on the contrary, male roles are often sung by female voices, as in this production at Teatro Goldoni in Florence, nearly three hundred years after the first performance. Here the distribution is reversed: two men and four women. The work was recently staged in Schwetzingen, but in Handel's pasticcio of 1737, that incorporates some of Vinci's arias. Consequently, this was the first performance in modern times.

<i>Didone abbandonata</i> © Simone Donati | TerraProject
Didone abbandonata
© Simone Donati | TerraProject

The setting of the opera is by choreographer Deda Cristina Colonna and is limited to a fixed stage with a small staircase and some scaffolding pipes, alluding to the city of Troy under construction. The only references to the plot are a small winged sphinx and a dull shadow play of buildings and ships. Visually it is ugly. But the direction too – or rather the absence of direction – is no different: the singers enter and leave climbing and descending those four steps and then wheel with their cloaks around the pipes, raise their arms to the sky in highly mannered gestures, fuss about the stage (especially the Moors' king), crack the whip (the same king) or awkwardly brandish their tin swords.

In the lack of direction, the singers do what they can. Dido is Roberta Mameli, a soprano with a beautiful voice who unfolds her strong temperament from her first aria, "Son regina e son amante", to the final scenes, made of a single accompanied recitative that ends on quivering descending notes on her last words, "Arda la Reggia e sia il cenere di lei la tomba mia" (Let the palace burn and its ashes be my grave). In Metastasio's libretto, Dido's death was followed by an epilogue with Neptune, but here Vinci's finale is unusually subdued, somehow calling to mind Purcell's ending.

Carlo Allemano (Enea) © Simone Donati | TerraProject
Carlo Allemano (Enea)
© Simone Donati | TerraProject

Carlo Allemano's tenor is ostentatious and strained in the coloratura, not best suited to the role of Enea. The countertenor Raffaele Pe is stylistically better as Iarba, but ill served by the direction. The other performers are more or less adequate, but you cannot attribute only to first night nerves the forgotten or missed cues and the flat notes. The orchestra was little better, with a series of false notes in the brass, and stiffness in the strings, Carlo Ipata leading a heavy performance.

Raffaele Pè (Iarba) © Simone Donati | TerraProject
Raffaele Pè (Iarba)
© Simone Donati | TerraProject

 

Didone abbandonata dalla regia in Firenze

Il libretto della Didone abbandonata del Metastasio è stato messo in musica almeno sessanta volte: la prima da Domenico Sarro nel 1724 e l'ultima da Saverio Mercadante nel 1823. In questi cento anni non hanno rinunciato ad avere nel loro catalogo una Didone abbandonata compositori come Domenico Scarlatti, Albinoni, Händel, Porpora, Galuppi, Hasse, Jommelli, Cherubini e Paisiello.

Ben lontano dalla concezione dell'opera di Purcell di 37 anni prima, che aveva sintetizzato il dramma sulla regina cartaginese e l'eroe troiano, qui la vicenda coinvolge ben sei personaggi: due donne e quattro uomini, in una complessa rete di rapporti in cui Iarba (re dei mori) ama Didone, Didone ama Enea il quale ama sì Didone, ma ha un impero da fondare oltremare, Selene (sorella di Didone) ama Enea, mentre Araspe (confidente di Iarba) ama Selene. L'unico personaggio non invischiato in faccende amorose è Osmida (confidente di Didone), tutto preso com'è dalla sua ambizione di potere.

Leonardo Vinci è tra i primi a musicare la vicenda. Il suo lavoro è un'abile alternanza di recitativi e arie solistiche (non ci sono duetti o pezzi a più voci), tutte di grande piacevolezza e cantabilità, tratto tipico della scuola operistica napoletana. La sua Didone abbandonata debutta a Roma il 14 gennaio 1726 al “Teatro delle Dame”, teatro che, nonostante la denominazione, era proibito alle donne che per decreto papale non potevano calcare le scene dei teatri romani, e i due personaggi femminili furono interpretati da castrati. Nelle riprese moderne sono invece i ruoli maschili che talora vengono cantati da voci femminili, come avviene in questa produzione del Teatro Goldoni di Firenze a quasi trecento anni dalla prima. Qui la distribuzione è invertita: due uomini e quattro donne. L'opera è stata recentemente messa in scena a Schwetzingen, ma nel pasticcio di Händel del 1737 che ingloba alcune arie di Vinci, questa pertanto è la prima esecuzione in tempi moderni.

La messa in scena della coreografa Deda Cristina Colonna prevede una scena fissa con una piccola scalinata e una struttura di tubi innocenti, che alludono alla città in costruzione. Unici riferimenti alla vicenda sono una piccola sfinge alata e un gioco d'ombre di sconcertante banalità a suggerire palazzi e navi. Visualmente, la scena si rivela antiestetica. Ma anche la regia, o meglio assenza di regia, non è da meno: i cantanti entrano ed escono salendo e scendendo quei quattro gradini e volteggiano coi loro mantelli attorno ai tubi, alzano le braccia al cielo in una gestualità di maniera, si agitano (soprattutto il re dei mori), fanno schioccare la frusta (sempre lui), brandiscono goffamente spade di latta.

In assenza di direzione attoriale gli interpreti fanno quello che possono. Didone è una Roberta Mameli di bella voce che dispiega il suo forte temperamento dalla prima aria («Son regina e son amante») alle scene finali, formate da un unico recitativo accompagnato che si spegne in un tremolo di note discendenti sulle sue ultime parole, «arda la reggia e sia il cenere di lei la tomba mia». Nel testo del Metastasio, invece, alla morte di Didone seguiva un epilogo con Nettuno. È un finale insolitamente sommesso questo di Vinci, che richiama quello di Purcell.

L’interpretazione del tenore Carlo Allemano è roboante dove non necessario e affannata nelle agilità richieste dalla sua parte. Stilisticamente meglio il contraltista Raffaele Pe, uno Iarba però mal servito dalla regia. Di livello accettabile gli altri interpreti, ma non si possono addebitare alla tensione della prima le battute dimenticate, gli attacchi mancati, le note calanti. Non meglio vanno le cose in orchestra, con una serie di stonature negli ottoni e una certa secchezza degli archi cui non ha giovato la direzione pesante di Carlo Ipata.