Today's operatic life is the uninterrupted continuation of a tradition that, even with countless changes, can be traced back to 1589, when a performance of sung and danced stage actions was set up for the wedding of the Grand Duke of Tuscany Ferdinando I de' Medici with Cristina of Lorraine.

Francesca Boncompagni (Dafne) © Camilla Ricci
Francesca Boncompagni (Dafne)
© Camilla Ricci

But almost ten years before a group of intellectuals – the Camerata de' Bardi, which had taken it's name from Giovanni Bardi's mansion where they met to discuss music, literature, arts and science – formalized this musical form that originates from two elements: one is musical, the victory of monodic singing over polyphony, and the other is literary, the intention of recreating the ancient theatre in the opinion that the ancient Greeks sang in their tragedies on stage. Jacopo Peri was the first to use the new style for a work in music, Dafne (1598), based on Ottavio Rinuccini's text from Ovid's Metamorphosis. The work has been almost completely lost, but the same Rinuccini had his Euridice set to music by Jacopo Peri in 1600 and by Giulio Caccini in 1602.

With his version of Dafne (1608), Marco da Gagliano concluded the season of the Florentine opera. The city that gave birth to opera had lost the exclusivity of the genre: in Rome Emilio de' Cavalieri staged his Rappresentatione di anima et di corpo; in Venice, Claudio Monteverdi raised it to the highest level and gave birth to the opera in the city's public theatres. Until then, performances had taken place in courts and princely palaces, as it was for this Dafne which was put on at the Ducal Palace of Mantua before being staged in Florence at Giovanni de' Medici's palace in 1611. 

<i>Dafne</i> © Camilla Ricci
Dafne
© Camilla Ricci

It is this version, including six dances by Lorenzo Allegri, which is being given its first modern staging by the Maggio Musicale Fiorentino in the Boboli Gardens of Palazzo Pitti, in front of the Buontalenti Grotto. While singing with an instrumental base, the performers must give the impression of acting (recitar cantando) and only rarely does the singing take on a greater degree of musicality. For most of the time, the singer is asked to express the words with harmony but clarity, "to sculpt the syllables, to make words understood". That was an undemanding task for the interpreters on stage here, all Italian singers for whom diction is not a problem and who are all experts in Baroque music with supporting performers who contributed to the persuasive musical performance committed to Federico Maria Sardelli's scholarship and gusto. He was at the head of his Baroque Modo Antiquo reinforced for the occasion with two violinists from the Musica Antiqua orchestra of Maggio Musicale Fiorentino. The conductor, faithful to the composer's guidelines, never covered the singing with an excess of ornamentation, though keeping alive the sustaining harmony. It is in the dances that Sardelli, also playing his recorder, yielded to a more free music-making.

In the case of Dafne, the comparison with Monteverdi's La favola di Orfeo, composed the previous year, is unavoidable. The shepherds' narration (“Sparse più non vedrem di quel fin oro”) echoes the messenger who tells of Eurydice's death, and the following chorus (“Piangete, Ninfe”) has a similarly sincere tone. Like Apollo's final intervention in L'Orfeo, it is full of ornaments, one of those the rare moments when music seems to take the upper hand over the word. But let's just say that, in comparison, this Daphne is quite another thing and does not achieve the theatrical and expressive intensity of Monteverdi's work.

Federico Maria Sardelli and Modo Antiqua © Camilla Ricci
Federico Maria Sardelli and Modo Antiqua
© Camilla Ricci

As for Gianmaria Aliverta staging, we do not know if it is Marco da Gagliano's work that doesn't offer him a convincing dramaturgy, or if it is the director who is intimidated by the prestigious location. His approach shows a sort of shyness. The imaginative Baroque architecture of the cave is an inert background to the action and Alessandro Tutini's lighting does not give life to the spaces of this fantastic place where artificial concretions in imitation of stalactites and stalagmites stand side by side with the statues of Michelangelo's Prisons, colourful mosaics and water games, now unfortunately turned off. 

The starting idea of Aliverta's direction is the freedom of the woman compared to that of the man and, in Silvia Giordano's choreography that mingles in the stage action, the theme of violence suffered by a woman in love with her own man is clearly illustrated. It is an up to date topic, but it would have been incomprehensible in 17th-century Florence and it little adds to the enjoyment of this Baroque work in which human feelings are sublimated by myth. Sara Marcuzzi's costumes deliver us timeless figures despite the current cut of men's and Amor's clothes, or the more refined female frocks – Venus in shining emerald green gown and Daphne in fluttering red.

Sponsored by a famous Florentine fashion house, the performance only partially convinced the elegant audience that came for this run al fresco, but at the end the clapping didn't fail.

 

 

La Dafne a Firenze 4 secoli dopo

La vita operistica di oggi è la continuazione senza interruzioni di una tradizione che, pur con mille cambiamenti, si può far risalire al 1589, quando uno spettacolo di azioni sceniche cantate e danzate fu allestito per le nozze del granduca di Toscana Ferdinando I de' Medici con Cristina di Lorena.

Ma già da quasi dieci anni un gruppo di intellettuali, la Camerata de' Bardi, che aveva preso il nome dal palazzo di Giovanni Bardi nella cui abitazione si incontravano per discutere di musica, letteratura, arti e scienza, formalizzava questa forma musicale che ha alle origini due elementi: uno musicale, la vittoria della monodia sulla polifonia, e l'altro letterario, nell'intendimento di voler ricreare il teatro antico nell'opinione che gli antichi Greci e Romani in scena cantassero le tragedie. È Jacopo Peri il primo a utilizzare il nuovo stile per un'opera in musica, la Dafne (1598) su testo di Ottavio Rinuccini basato sulle Metamorfosi di Ovidio. L'opera è andata quasi completamente perduta, ma sempre del Rinuccini abbiamo invece l'Euridice nelle due versioni intonate da Jacopo Peri (1600) e da Giulio Caccini (1602). 

Con la sua Dafne don Marco da Gagliano concludeva la stagione dell'opera fiorentina e la città che l'aveva tenuto a battesimo perdeva l'esclusività dell'opera lirica: a Roma Emilio de' Cavalieri vi teneva la sua Rappresentatione di anima et di corpo, a Venezia Claudio Monteverdi sollevava il genere ad altissima arte e faceva nascere l'opera nei teatri pubblici della città. Fino ad allora, infatti, le rappresentazioni avvenivano nelle corti e nei palazzi principeschi, come fu per questa Dafne che venne rappresentata al Palazzo Ducale di Mantova nel febbraio 1608, prima di arrivare a Firenze in casa di Giovanni de' Medici nel 1611. Ed è quest'ultima edizione, che comprende anche sei balli di Lorenzo Allegri, che viene rappresentata per la prima volta in tempi moderni dal Maggio Musicale Fiorentino nel Giardino di Boboli di Palazzo Pitti davanti alla Grotta del Buontalenti.

Pur cantando con una base strumentale, in scena gli interpreti devono dare l'impressione di recitare (“recitar cantando”) e solo raramente l'intonazione assume un grado di maggior musicalità. Per il resto al cantante è richiesto di esprimere la parola con armonia ma chiarezza, «scolpire le sillabe, per far intendere le parole». Cosa che riesce molto bene ai cantanti impegnati, tutti italiani per i quali la dizione non è un problema ed esperti di musica barocca. Inoltre gli interpreti secondari contribuiscono alla convincente esecuzione musicale affidata alla sapienza e al brio dal bravo Federico Maria Sardelli a capo della sua orchestra barocca Modo Antiquo rinforzata per l'occasione da due violini del complesso Musica Antiqua del Maggio Musicale Fiorentino. Il maestro, fedele alle consegne dell'autore, non copre mai con un eccesso di ornamentazione le note del canto pur mantenendo sempre viva l'armonia che lo sostiene. È nei momenti dei balli che Sardelli, aiutandosi col suo strumento preferito, il flauto diritto, cede a un più libero far musica dando sfogo anche alla sua abilità di orchestrazione.

Nel caso della Dafne è ineludibile il confronto con La favola di Orfeo monteverdiana di solo un anno prima. Il racconto dei pastori («Sparse più non vedrem di quel fin oro») riecheggia quello della messaggera che là narra della morte di Euridice e anche qui il coro che segue («Piangete, Ninfe») ha un sincero tono commovente. Analogo al lavoro di Monteverdi è poi l'intervento finale di Apollo, anche qui ricco di ornamenti, in cui la musica sembra prendere il sopravvento sulla parola. Ma diciamo subito che nel confronto con Monteverdi questa Dafne è tutt'altra cosa e non arriva alla teatralità e all'intensità espressiva di quella.

Per quanto riguarda l'allestimento di Gianmaria Aliverta, non si sa se sia il lavoro di Marco da Gagliano a non offrirgli una drammaturgia convincente, oppure se il regista sia intimorito dalla prestigiosa location. Fatto sta che la sua messa in scena denuncia una certa timidezza d'approccio. Le fantasiose architetture barocche della grotta sono uno sfondo inerte all'azione e le luci di Alessandro Tutini non danno vita agli spazi di questo luogo fantastico in cui concrezioni artificiali ad imitazione di stalattiti e stalagmiti si affiancano alle statue dei Prigioni di Michelangelo, a mosaici colorati e a giochi d'acqua, ora purtroppo spenti. L'idea di partenza della sua regia è la libertà della donna rispetto a quella dell'uomo e nelle coreografie di Silvia Giordano che intervallano l'azione scenica viene illustrato proprio il tema della violenza subita da una donna innamorata del proprio uomo, un argomento di enorme attualità oggi, ma che sarebbe stato incomprensibile ai tempi della Firenze del XVII secolo e che poco aggiunge al godimento di quest'opera barocca in cui i sentimenti sono sublimati dal mito. I costumi di Sara Marcuzzi ci consegnano delle figure senza tempo nonostante il taglio attuale degli abiti maschili e di Amore, o in quelli più ricercati dei personaggi femminili, Venere in lucente verde smeraldo e Dafne in un rosso svolazzante.

Sponsorizzato da una famosa casa di moda fiorentina, lo spettacolo ha convinto solo in parte l'elegante pubblico accorso per questa esecuzione al fresco, però non ha fatto mancare i suoi applausi.

***11