It is hard to find a recent production of Werther that adheres to the space-time coordinates of Goethe's original work: from the backyard with plastic chairs and children playing with hula-hoops in Andrei Şerban's setting, to Liliana Cavani's cinema where Werther dies, not even this Rosetta Cucchi new production at Bologna's Teatro Comunale evades the tendency to bring the plot to the present time.

<i>Werther</i> in Bologna © Rocco Casaluci
Werther in Bologna
© Rocco Casaluci

The interiors of the Bailli's middle-class house and Albert's living room, with its shelves full of fake volumes, represent the environment in which Werther tries in vain to enter. Every time he attempts to get closer to this world, a dark screen falls down to fend him off. In the end, Charlotte's house irrevocably drifts away from him to the bottom of the stage and becomes a screen on which the shadows of an old couple are projected to represent Werther's unfulfilled wish. Werther is no romantic hero in Cucchi's conception. Instead, his ambition here is domestic. Since the beginning Werther is sunk in an armchair in the proscenium, a bottle of liquor at hand and a pistol case in his lap. In the last moments of his life he dreams of his hapless love for Charlotte, a dream shaped as a long flashback, a movie with still images, slow motion and different lighting – there a warm, golden light, here the cold gleam of a spot on Werther.

Jean-François Lapointe (Albert) and Isabel Leonard (Charlotte) © Rocco Casaluci
Jean-François Lapointe (Albert) and Isabel Leonard (Charlotte)
© Rocco Casaluci

Outside, nature's cycle of life and death is relentless: green leaves fall in the summer of his rendezvous with Charlotte, the tree trunks turn grey in autumn before being cut down in winter, a shabby Christmas tree stands next to the ubiquitous armchair. Strangely, Cucchi spares us the snowfall that usually accompanies Werther's death in the final scene, but she often gets lost in skits that take attention away from what is happening between the main characters – like the annoying picnic in the background during Charlotte and Werther's Act II duet. The same scene in Benoît Jacquot's London/Paris production is realized with a much more congenial abstractness that enhanced the drama lived on stage.

This uninspiring staging is counterbalanced by Michele Mariotti's passionate conducting: the prelude, the magical moonlit scene and the interlude before the last act, magnificently played before the lowered curtain (Il neige. Nuit dans la salle indicates the libretto). They all have unusual symphonic accents, expertly realized by the Teatro Comunale Orchestra.

Juan Diego Flórez (Werther) and Isabel Leonard (Charlotte) © Rocco Casaluci
Juan Diego Flórez (Werther) and Isabel Leonard (Charlotte)
© Rocco Casaluci

Juan Diego Flórez plays Werther for the first time on stage. He has already sung “Pourquoi me réveiller?” in recitals and concerts and the aria has left indelible memories of the greatest tenors of the past century, such as Nicolai Gedda, who used to sing pianissimo the first high note, and Alfredo Kraus, who perhaps delivered the landmark rendition of this role. Flórez takes the path traced by Kraus. Famed in Rossini's bel canto, his Werther is a romantic hero dissociated from this world, a misfit. The impeccable phrasing, the faultless high notes, the dramatic accents and the uttering of words carved with perfect pronunciation are the essential quality of his performance.

The American Isabel Leonard is perfect in the role of Charlotte, both scenically and vocally. With her slightly dark tone, she delineates an intense character and, like Flórez, she exhibits excellent French pronunciation. The same thing can be said of Ruth Iniesta's Sophie, who is no flimsy childish character here. The only native French singer in the cast is Jean-François Lapointe, who has proved to be an effective and vocally authoritative Albert.

The good performance of the remaining cast and of the children's choir have contributed to the successful outcome of the evening. The performances continue until December 23, with Celso Albelo and Jose Maria Lo Monaco taking their turns in the two main roles.

 

Il sogno borghese di Werther a Bologna nella messa in scena di Rosetta Cucchi 

Ultimamente è difficile trovare un allestimento del Werther che rispetti le coordinate spazio-temporali dell'originale goethiano: dal cortile con sedie di plastica e bambini che giocano con l'hula-hoop di Andrei Șerban alla sala cinematografica in cui muore il Werther di Liliana Cavani, neanche la regia di Rosetta Cucchi, in questa nuova produzione bolognese, sfugge alla tendenza di trasportare la vicenda nella contemporaneità.

L'interno borghese della villetta del podestà e la libreria con i volumi finti del salotto di Albert rappresentano l'ambiente in cui ha cercato inutilmente di entrare il personaggio del titolo. Ogni volta che egli cerca di avvicinarsi a questo mondo, un velario nero scende a impedirglielo fino che alla fine, inesorabilmente, la casetta di Charlotte si allontana da lui verso il fondo e diventa lo schermo in cui le ombre di una coppia di vecchietti rappresentano il sogno borghese di Werther. Altro che eroe romantico! La dimensione domestica della sua vicenda è tutta compresa tra divani, poltrone, abat-jour e carillon. Ora, accasciato in una poltrona in proscenio, una bottiglia di liquore in mano e la cassetta delle pistole in grembo, negli ultimi istanti della vita che sta per togliersi, Werther sogna il suo sfortunato amore per Charlotte e nella regia della Cucchi il sogno ha la forma di un flashback cinematografico e di questo mezzo utilizza il fermo immagine, il ralenti e la diversa illuminazione – là una luce calda e dorata, qui su Werther la luce livida di uno spot.

All'esterno la natura inesorabile segue il suo ciclo di vita e morte: le foglie ancora verdi che cadono nell'estate del suo incontro con Charlotte, il grigio tronco dell'autunno, l'albero abbattuto in inverno, con lo striminzito alberello natalizio accanto all'onnipresente poltrona su cui spirerà. Stranamente la regista ci risparmia la nevicata che sempre accompagna il trapasso di Werther nel finale. La regia spesso si perde in scenette che distolgono l'attenzione da quanto avviene tra i personaggi principali, come è ad esempio nel secondo atto col fastidioso picnic che fa da sfondo al duetto di Charlotte e Werther. La stessa scena nel recente allestimento londinese di Benoît Jacquot era realizzata con una ben più congeniale astrattezza che esaltava il dramma vissuto in scena in quel momento.

Alla prosaicità della messa in scena supplisce l'appassionata direzione di Michele Mariotti, che concerta con maestria le voci dei cantanti e i meravigliosi momenti orchestrali: il preludio, la scena del chiaro di luna, l'interludio che precede l'ultimo atto, magnificamente suonato a sipario abbassato («Il neige. Nuit dans la salle» indica il libretto). Tutti hanno inusitati accenti sinfonici sapientemente realizzati dall'orchestra del Teatro Comunale.

Juan Diego Flórez affronta per la prima volta il ruolo in palcoscenico, dopo aver proposto innumerevoli volte in recital e concerti quel «Pourquoi me réveiller?» su cui hanno lasciato ricordi indelebili i più grandi tenori del secolo passato, due fra tutti Nicolai Gedda, che soleva eseguire il primo acuto in pianissimo, e Alfredo Kraus, che ha consegnato alla storia forse l'interpretazione definitiva. Ed è sulla via tracciata da Kraus che si impernia quella di Flórez, col suo carattere astratto, quasi incorporeo e formato sul bel canto rossiniano, che rende qui Werther eroe romantico avulso a questo mondo, un “diverso”. L'impeccabile fraseggio e gli acuti sono espressione di una parola scolpita con una dizione splendidamente curata, mentre gli accenti drammatici danno rilievo al personaggio.

Perfetta nel ruolo di Charlotte è l'americana (di origini argentine) Isabel Leonard, sia scenicamente sia vocalmente. Con il suo timbro leggermente scuro dal registro omogeneo e dagli acuti precisi delinea un personaggio intenso e come Flórez dimostra un'ottima dizione del francese. Lo stesso si può dire della spagnola Ruth Iniesta, una Sophie finalmente non infantilmente bamboleggiante. Unico cantante di lingua francese del cast è Jean-François Lapointe, che si è rivelato un Albert efficace e vocalmente autorevole.

La buona resa degli altri comprimari e del coro di voci bianche hanno contribuito al felice esito della serata. Le recite proseguono fino al 23 dicembre con l'alternanza di Celso Albelo e Josè Maria Lo Monaco nelle due parti principali.