The Nuremberg that we see as the curtain rises in this Zurich-Milan co-production of Die Meistersinger von Nürnberg at Teatro alla Scala, is the wrecked town after World War 2 bombings. In the foreground, placed on a rotating platform, are the ruins of Katharinenkirche (the church where the Mastersingers' meetings took place in the 16th century) and in the background we see the blackened facades and empty windows of the blown up buildings. In Act 2, Hans Sachs' lilac tree ("Wie duftet doch der Flieder, so mild, so stark und voll!") comes out of the scaffolding that encases the same ruins, while several cranes, symbols of reconstruction, soar into the grey sky. In Act 3 the scaffolding is still surrounding the ruins, but in the skyline new skyscrapers cast a shadow over the spires of the old Gothic churches.

<i>Die Meistersinger</i> at La Scala © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Die Meistersinger at La Scala
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

Directed by Harry Kupfer, with scenery by Hans Schavernoch and costumes by Yan Tax, Die Meistersinger is revived in post-war Germany, making a clean sweep of the Middle Ages of the original plot, without regret. Kupfer's reconstruction of the city after the war is almost a response to Hans Sachs' plea to the conservation and purity of German art in the finale, a plea exalted by the Nazi regime. To our ears those words acquire a different prophetic tone: "Habt Acht! Uns dräuen üble Streich'!" (Beware! Bad events threaten us!). But it will not be "welsche Tand" (Latin frivolity) to corrupt the good spirits, but a homegrown ideology.

Not even Kupfer fully succeeds in convincing with the brawl that ends Act 2 under a stormy sky (though musically it is one of the most wonderful features of the evening), but one still admires his ability to make every detail of his direction a theatrical feast. Interpreters who are excellent actors, and Daniele Gatti's masterful orchestral conducting, led to a triumphant event in the 149th anniversary of Wagner's Satyrspiel première.

Michael Volle (Hans Sachs) © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Michael Volle (Hans Sachs)
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

An account of the third act can give an idea of this magnificent performance. After the almost Brucknerian prelude, where the orchestra displays all the possible sound shades of this sublime page, the scene with David, Hans Sachs' monologue and the scene with Walther have a Straussian taste, full of nostalgia and mature resignation for the cobbler who has to hand over the primacy of his art and his love to the young Walther.

Beckmesser's arrival, still aching from the thrashing of the night before, turns into a sketch that has the comic quality of a cartoon, when every grimace and twisting of the character is highlighted by a sound in the orchestra. Here Markus Werba's prowess achieves a humorous effect rarely seen in productions.

Markus Werba (Sixtus Beckmesser) and Michael Volle (Hans Sachs) © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Markus Werba (Sixtus Beckmesser) and Michael Volle (Hans Sachs)
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala

In a complete change of mood, the following quintet is of rarefied lyricism and ecstatic wonder, masterly rendered by Gatti's sensitive conducting. Here the quotation from Tristan und Isolde adds a moment of emotion beyond words. In the finale, where the ruins are the venue for the Mastersingers' competition, a brass band climbs to the highest platform of the scaffold, the Nuremberg citizens parade gaily dressed up, masks and acrobats with colourful flags and banners form a joyful pageant.

Albert Dohmen (Veit Pogner) and Jacquelyn Wagner (Eva) © Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
Albert Dohmen (Veit Pogner) and Jacquelyn Wagner (Eva)
© Marco Brescia & Rudy Amisano | Teatro alla Scala
As Hans Sachs, Michael Volle not only managed to get to the end of his taxing role unexhausted, but he delivered a powerful performance, full of expressiveness but always attentive to the words and the traits of his character. His voice always emerged over the orchestral texture, even when he used mezza voce or a whispered tone: a lesson in singing.

Walther von Stolzing's role was ill fated in this production: Michael Schade's performance on the first night was affected by poor health, but Erin Caves wasn't especially up to the task as a late stand-in.

Markus Werba was an excellent youthful Beckmesser; vocally he exhibited his beautiful sound quality and scenically never overplayed his part with bad effects. Albert Dohmen was a noble and commanding Pogner, though his voice showed some sign of fatigue climbing to the higher notes. The other singers were all convincing, excepting the two rather fragile female voices, Jacquelyn Wagner a vocally slender Eva. The chorus, trained by Bruno Casoni, proved to be excellent as usual.

 

Splendidi Maestri cantori di Harry Kupfer al Teatro alla Scala 

La Norimberga che si presenta all'alzarsi del sipario in questo allestimento de Die Meistersinger von Nürnberg del Teatro alla Scala coprodotto con Zurigo è quella distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale. In primo piano, poste su una piattaforma rotante, le rovine della Katharinenkirche (la chiesa dove avvenivano le riunioni dei Maestri Cantori nel XVI secolo), sullo sfondo le facciate annerite e le finestre vuote dei palazzi sventrati dai bombardamenti. Nel secondo atto l'albero di lillà evocato da Hans Sachs («Wie duftet doch der Flieder | so mild, so stark und voll!») sbuca tra le impalcature che ingabbiano le rovine mentre sullo sfondo nel cielo grigio svettano le molte gru della ricostruzione della città. Nel terzo atto i tubi innocenti sorreggono ancora le rovine della chiesa, ma nello skyline i nuovi grattacieli oscurano le guglie gotiche.

La regia di Harry Kupfer, le scene di Hans Schavernoch e i bei costumi di Yan Tax fanno rivivere Die Meistersinger nella Germania del secondo dopoguerra facendo piazza pulita del Medioevo della vicenda, senza farlo rimpiangere. Nella lettura di Kupfer la ricostruzione della città dopo la barbarie bellica è come una risposta alle ultime parole di Hans Sachs sulla purezza dell'arte tedesca, parole esaltate dal regime nazista ma che alle nostre orecchie acquistano un tono profetico diverso. «Habt Acht! Uns dräuen üble Streich’!» (Attenti! Pessimi eventi ci minacciano!), ma non sarà la «der welsche Tand» (la latina frivolezza) a corrompere i buoni spiriti, ma una ben più autoctona ideologia.

Neanche Kupfer riesce pienamente nell'impresa di rendere convincente la rissa che conclude il secondo atto sotto un cielo tempestoso (musicalmente invece una delle cose mirabili della serata), ma si ammira comunque la sua abilità a rendere teatrale ogni momento dello spettacolo. In questo è aiutato da interpreti che si rivelano ottimi attori e dalla concertazione magistrale di Daniele Gatti. Nel 149° anniversario dalla prima, il Satyrspiel di Wagner ha ricevuto infatti una lettura mirabile dal direttore milanese.

Una descrizione del terzo atto può dare un'idea del magnifico spettacolo. Dopo il preludio quasi bruckneriano, memorabile per come l'orchestra del teatro riesca a dispiegare tutte le possibili sfumature sonore che fanno di questa una pagina sublime, la scena con David, il lungo monologo di Hans Sachs e la scena con Walther prendono qui un sapore straussiano pieno della nostalgia e della matura rassegnazione del ciabattino che deve cedere al giovane sia il primato della propria arte sia l'amore per la ragazza.

L'arrivo di Beckmesser, dolente per le botte della sera prima, si trasforma invece in uno sketch che ha la comicità di un cartone animato in cui ogni smorfia e contorcimento del personaggio è sottolineato da un suono della duttile orchestra. Qui la bravura di Markus Werba permette di raggiungere un risultato umoristico raramente visto in scena. Mutamento totale poco dopo. il quintetto che segue tocca punte di un lirismo rarefatto ed estatico reso magnificamente dalla direzione sensibilissima di Gatti e la citazione dal Tristano aggiunge un momento di commozione indicibile. Nella scena finale di San Crispino, in cui le rovine sono sede della tenzone dei maestri cantori, una fanfara si inerpica sulla piattaforma più alta dell'impalcatura, la gente di Norimberga entra allegramente vestita a festa, carri, mascheroni, saltimbanchi e acrobati formano un gioioso corteo con variopinte bandiere e gonfaloni.

Michael Volle non solo riesce ad arrivare inesausto alla fine del suo massacrante ruolo, ma ci arriva dopo una prestazione maiuscola in cui ha toccato tutte le corde dell'espressività in un canto-conversazione che è sempre attento alla parola e alle sfumature del carattere del suo personaggio. La voce riesce ad emergere dall'orchestra anche quando usa mezze voci o toni sussurrati: una lezione di canto giustamente osannata dal pubblico.

Sfortunato il ruolo di Walther von Stolzing in questa produzione: la prestazione del titolare alla prima era stata disastrosa forse anche per le condizioni di salute di Michael Schade, ma neanche il sostituto dell'ultimo momento si è rivelato all'altezza della situazione. Il pubblico è stato comunque indulgente per il generoso tentativo di Erin Caves.

Come s'è detto, eccellente il Beckmesser giovanile di Markus Werba: vocalmente ha esibito il suo bel timbro e scenicamente non ha esagerato in effetti caricaturali. Nobile e autorevole il Pogner di Albert Dohmen la cui voce dà qualche comprensibile segno di stanchezza soprattutto salendo all'acuto. Efficaci gli altri cantori. Un po' fragili invece le due voci femminili, soprattutto quella di Jacquelyn Wagner, Eva di bella presenza ma vocalmente esile. Eccellente come sempre si è dimostrato il coro istruito da Bruno Casoni.