Perhaps the composer Nicola Campogrande is right when he says that the length of a performance (though he was speaking of concerts) is expected to shorten in time, due to our perceptual rhythms that lead us to focus our listening experience in more limited time. Or are the usual budget issues that tend to split into two or more evenings what was commonly programmed in one? Turin's Teatro Regio seems to invent the “Opera aperitif”: you go to theatre at eight and shortly after nine you are out for a film or a pizza with your friends.

<i>Pagliacci</i> in Turin © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Pagliacci in Turin
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Here on stage there is Ruggero Leoncavallo's Pagliacci, all alone, the drama that anticipates Pirandello's meta-theatre with the ruse between stage and life, fake feelings and real feelings, men and masks. The second part of the traditional double bill Cav &Pag is assigned to a sensitive conductor, a renowned actor/director and a refined visual artist for sets and costumes.

The last one is Paolo Ventura, who meticulously reconstructs vaguely surreal sets and then photographs them. His portraits of forlorn characters are immersed in quiet suburbs pictured in soft hues. Here on stage we see a post-war urban periphery with the still open wounds of bombings. On the left, a house in ruins, a refuge for the unhappy lovers; on the right, a wretched stand for the miserable troupe; in the background, the remains of a building blackened by fire and a dilapidated wall on which still reads the fascist slogan "WIN", now riddled with bullets. A string of coloured light bulbs is the only element of joy in this setting, where one can catch the glimpse of the sad clowns, jugglers on stilts and pathetic masks that populate the poetic visions of the Milanese artist.

Roberto Frontali (Tonio), Fabio Sartori (Canio) and Erika Grimaldi (Nedda) © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Roberto Frontali (Tonio), Fabio Sartori (Canio) and Erika Grimaldi (Nedda)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Gabriele Lavia's staging does not depart from a very traditional path (he even puts a live donkey on stage). The director reveals skill in arranging the masses on stage, and cleverly uses the props – in the pantomime a wooden frame turns into a window, a mirror, a door, a table – but there's nothing very creative in his setting.

Making a virtue of necessity, one can appreciate the brevity of the performance to double the attention on Leoncavallo's music. Conductor Nicola Luisotti highlights the score with intelligence and subtlety, a stylistic collage which covers caressing melodies, intense symphonic interventions, animated choruses, "old-fashioned" minuet and gavotte, the lurid colours of the "wicked" Tonio, the chromatic, almost Wagnerian, harmonies of the love duet between Nedda and Silvio, the recurring leitmotifs.

Roberto Frontali (Tonio) © Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
Roberto Frontali (Tonio)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino
The Tuscan conductor skillfully arranges the voices on stage – the singers are all rookies in their respective roles. Fabio Sartori (Canio) is vocally generous, with a bright pitch, though he lacks a more convincing use of the mezza voce. Here Lavia's direction doesn't help; for instance, when the singer stands at the proscenium, legs apart, for his famous monologue (“Vesti la giubba”), a moment in the opera that has been often executed with a much more theatrical effect. The same error is committed by the director when the Prologue starts with Tonio in front of the curtain, but suddenly it rises and makes the final scene visible, with Nedda and Silvio on the ground pierced by Canio's knife, all frozen as in snapshot: instead of giving emphasis to the words, all this makes the words lost in the crowded frame. It is a shame, because Roberto Frontali portrays his Tonio very strongly and his final cue ("La commedia è finita") is really disturbing, full of the crudeness but also of the despair of a man who has painfully avenged the cruelty that life has chosen for him. Erika Grimaldi is Nedda, at ease in the role but not always vocally pleasant.

So much for the Italian interpreters, who make an expressive rendition of the text lines. But the American Juan José de León, a sanguine and acrobatic Beppe/Harlequin, and the Polish Andrzej Filończyk, a dashing Silvio, are vocally fine and display good diction too. The chorus and extras crowd the scene in a lively manner, much appreciated by the audience..

 

Un Pagliacci di tradizione come unica offerta serale

Avrà ragione il compositore Nicola Campogrande quando afferma che la lunghezza di uno spettacolo (lui parlava in realtà dei concerti) è destinata ad accorciarsi per i ritmi percettivi a cui ci stiamo abituando e che ci portano a concentrare la nostra esperienza d'ascolto in tempi sempre più limitati? O saranno i soliti problemi di budget dei teatri a diluire in più serate quello che veniva comunemente programmato in una sola? Fatto sta che il Regio di Torino inventa “l'Opera aperitivo”: si entra alle otto e poco dopo le nove si è già liberi per una pizza con gli amici o un cinemino.

Va in scena infatti, tutta sola, l'opera di Ruggero Leoncavallo Pagliacci, il dramma che anticipa il metateatro di Pirandello nel gioco tra scena e vita, sentimenti finti e sentimenti veri, uomini e maschere. La seconda parte del tradizionale dittico Cavalleria-Pagliacci viene affidata a un sensibile direttore d'orchestra, a un attore/regista di fama del teatro di prosa e a un raffinato artista visivo per le scene e i costumi.

Quest'ultimo è Paolo Ventura, artista che ricostruisce minuziosamente scenografie dall'atmosfera vagamente surreale e poi le fotografa. I suoi sono ritratti di personaggi malinconici immersi in periferie silenziose tratteggiate con tinte morbide. Qui vediamo una periferia urbana di un dopoguerra con ancora le ferite aperte dei bombardamenti: a sinistra una casa mezzo diroccata che serve da rifugio per gl'infelici amanti, a destra un misero palco per la recita della sgangherata compagnia, sullo sfondo un edificio quasi crollato annerito dal fuoco e un muro scrostato su cui ancora si legge il motto fascista “VINCERE” crivellato di colpi di arma da fuoco. Un filo di lampadine colorate è l'unico elemento di allegria in questo mondo in cui si muovono i tristi pagliacci, i giocolieri su trampoli e le povere maschere delle poetiche visioni dell'artista milanese.

La messa in scena di Gabriele Lavia non si scosta da una lettura molto tradizionale (ci mette pure un asinello vivo). Il regista dimostra buona capacità di gestione delle messe in scena e utilizza abilmente gli oggetti – nella pantomima una cornice di legno diviene di volta in volta finestra, specchio, porta, tavolo – ma la sua lettura non suggerisce nulla di nuovo.

Facendo di necessità virtù, si può dire che la brevità dello spettacolo dimezzato fa raddoppiare l'attenzione sull'aspetto musicale dell'opera di Leoncavallo. Il direttore Nicola Luisotti ne mette in luce con sapienza e sensibilità la partitura, un vero e proprio collage stilistico cha va dalle carezzevoli melodie cantabili, quasi romanze, agli intensi interventi sinfonici, ai vivaci cori, ai minuetti e alle gavotte “all’antica” della pantomima, ai colori foschi del “cattivo” Tonio, alle armonie cromatiche, quasi wagneriane, del duetto d’amore tra Nedda e Silvio, all'avvicendarsi dei leitmotive. Il maestro viareggino concerta poi abilmente le voci in scena, tutti cantanti debuttanti nei loro rispettivi ruoli. Il Canio di Fabio Sartori è vocalmente generoso, dagli acuti luminosi e precisi, gli manca solo un uso più convincente della mezza voce, ma qui è la regia a non aiutare, ad esempio quando lo piazza in proscenio a gambe larghe per il celeberrimo monologo («Vesti la giubba»), momento che è stato reso spesso in maniera teatralmente molto più efficace altrove. Lo stesso errore è commesso dalla regia quando fa iniziare sì il prologo con Tonio davanti al sipario, ma a metà questo si alza e ci mostra la scena finale dell'opera, con Nedda e Silvio a terra trafitti dal pugnale di Canio, come un'istantanea fotografica. Questo, però, invece di sottolineare, toglie vigore alle parole che si perdono nell'affollata inquadratura. Peccato perché Roberto Frontali costruisce un Tonio intenso e nel finale la sua frase «La commedia è finita» fa venire i brividi, con tutta la crudezza ma anche la sofferta disperazione di chi ha dolorosamente vendicato la crudeltà della vita nei suoi confronti. Erika Grimaldi è una Nedda dal timbro non sempre gradevole ma vocalmente a suo agio nel ruolo.

Fin qui gli interpreti italiani, e si sente nella espressiva recitazione delle battute del testo. Non sfigurano comunque, né nella dizione né nella prestazione vocale, l'americano Juan José de León, spigliato e acrobatico Peppe/Arlecchino, e il polacco Andrzej Filończyk, aitante Silvio. Eccellente la prova del coro e dei tanti figuranti che affollano la scena. Calorosi applausi per tutti da parte del pubblico presente.