Samson was a Nazarite, a chosen one, like Jacob or Isaac, and his birth was a miracle because his mother was barren. The prohibition of cutting his hair, as well as not drinking alcohol, was part of his covenant with the God of Israel to free its people from the Philistines. It is written in the Bible, Book of Judges 13-16, and it is a subject well suited for an oratorio – Handel set it to music on a text by Milton in 1743.

<i>Samson et Dalila</i> at the Teatro Regio © Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino
Samson et Dalila at the Teatro Regio
© Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino

Saint-Saëns' opera begins with the solemn tones of a chorus, “Dieu d'Israël! Écoute la prière”, that becomes a cleverly written fugue. But soon the work turns into something different. It is Delilah's character that matters most to the composer who devotes the most attractive pages to her – the originally scheduled title for the work was in fact Dalila. The Jew's heroic deeds are hardly mentioned in Ferdinand Lemaire's libretto that focuses on the character's inner conflicts. The music continuously swings between a strict religious atmosphere and sensual eroticism, grave tonal chords and oriental melismas. Hugo de Ana's production at Turin's Teatro Regio swings between the past and the future. The Argentinian director had already staged Samson et Dalila in 2001 – a controversial setting, where Jews were compelled to live in a dumping ground full of scrapped cars, brandishing mufflers or fenders as weapons, while the Philistines wore costumes from Star Trek.

Claudio Sgura (High Priest of Dagon) and Daniela Barcellona (Dalila) © Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino
Claudio Sgura (High Priest of Dagon) and Daniela Barcellona (Dalila)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino

Fifteen years later, the Philistines are Samurai warriors in this new setting, co-produced with the Beijing National Centre for the Performing Arts, where the opera was presented last year. De Ana looks back at the biblical films of the 1950s, but here are no Hedy Lamarr or Victor Mature, unfortunately, and those hoping that the performance would be a mocking rendition of Cecil B DeMille's Samson and Dalilah feature film would have waited in vain. Delilah's first scene makes it clear that irony is far from the director's intent: the Philistine women of her retinue wave their arms as in a cheap choreographic imitation of the 1940s and Dalilah's dancing movements are embarrassing, to say the least. The absolute lack of seduction and eroticism in the duet of the second act is compensated by video images of naked bodies whose anatomical details distract more than they should from what's happening on stage and there is also a great profuseness of nudity in Act III's bacchanal, even if it is mostly due to bouncing false genitals applied to the dancers' thongs. The duet between Dalila and the High Priest of Dagon, a superb Claudio Sgura, fell flat and the finale (four firecrackers and some debris falling from above) was quite disappointing. At least one should expect a well staged catastrophe!

The sets are in an imposing Chinese taste and the costumes incongruously luxurious with super rich embroidery. The theatre costume designers were rightly at the curtain fall to get the applause from the audience.

Pinchas Steinberg correctly directed a score that he knows well, but he seemed to bother to highlight the amazing orchestral riches, with tempi sometimes slowed down too much.

Gregory Kunde (Samson) © Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino
Gregory Kunde (Samson)
© Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino

After so much Italian bel canto, Gregory Kunde returns to the French repertoire in which he has always exhibited the finesse of his voice – his Pearlfishers' Nadir was among the greatest of all time. Kunde's Samson is lyrical again, rather than the dramatic apex the role reached in the last century with the likes of Mario del Monaco or Jon Vickers. Kunde's performance reveals the miracle of a voice that continues to surprise for its freshness, power and elegance. His stage presence is not, however, aided by the direction – awkward and static –and his character was poorly developed.

This was Daniela Barcellona's debut in the role. She is at ease in the French repertoire, as she was in Les Troyens, but the role of Dalila is vocally more challenging than that of Dido and she lacked the fluidity between registers you would expect, even if the tone colour and the expression were always nice and the high notes well placed. Here too the direction hampered the definition of her character where the femme fatale becomes an irritating hag.

 

Cecil B DeMille in Cina per il Samson et Dalila

Sansone è un nazireo, un eletto, come Giacobbe o Isacco, e la sua nascita è un miracolo perché la madre era sterile. Il divieto di tagliarsi i capelli, come quello di non bere alcolici, fa parte del suo patto con il Dio di Israele per liberarne il popolo dalla Filistia – così dice il racconto biblico (Libro dei Giudici, 13-16). Si tratta quindi di un soggetto più consono a un oratorio che a un'opera e infatti è Händel a musicarlo come tale nel 1743 su testo di Milton.

L'opera di Saint-Saëns inizia sì con i toni solenni di un coro («Dieu d'Israël! Écoute la prière») che continua in una parte sapientemente fugata, ma presto l'opera prende una piega diversa: è la figura di Dalila quella che interessa maggiormente al compositore ed è a lei che sono dedicate le pagine più seducenti – il titolo originariamente previsto per l'opera era infatti Dalila. Delle imprese eroiche dell'ebreo non viene quasi fatto cenno nel libretto di Ferdinand Lemaire, che si concentra invece sui conflitti interiori del personaggio. La musica oscilla in continuazione tra austera atmosfera religiosa e sensuale erotismo, tra solenni accordi tonali e melismi orientaleggianti, così come oscilla tra passato e futuro la produzione del Regio di Torino affidata a Hugo De Ana. Il regista aveva già messo in scena Samson et Dalila nel 2001 con un'ambientazione che aveva fatto molto discutere: una Palestina con ebrei ridotti a vivere in una discarica di rottami d'automobili i quali come armi brandivano una marmitta o un parafango, mentre i Filistei erano in costumi da Star Treck.

Quindici anni dopo il regista argentino rinuncia a ogni provocazione in questo suo nuovo allestimento, coprodotto con il National Centre for the Performig Arts di Pechino dove lo spettacolo è stato presentato l'anno scorso. La sua lettura ripiega sul colossal biblico cinematografico anni '50, ma in scena qui non ci sono Hedy Lamarr e Victor Mature, purtroppo, e chi poi sperasse fino alla fine dello spettacolo trattarsi di un'operazione ironica aspetta invano. L'entrata in scena di Dalila chiarisce subito che l'ironia è ben lontana dagli intenti del regista: le donne filistee del suo corteo muovono le braccia come nelle coreografie degli anni '40 e Dalila accenna a movenze di danza quantomeno imbarazzanti. Durante il duetto del secondo atto l'assoluta mancanza di seduzione ed erotismo è compensata dalla proiezione sul velario che divide la scena dalla platea di corpi nudi i cui dettagli anatomici distraggono più del dovuto da quanto avviene sul palcoscenico. Di nudità ci sarà poi gran copia nel baccanale dell'atto terzo, anche se si tratta per lo più di ballonzolanti organi genitali posticci applicati ai tanga dei ballerini. Senza tensione è il duetto tra Dalila e il Gran Sacerdote di Dagon, qui un bravo Claudio Sgura, e deludente il finale con quattro petardi e alcuni calcinacci che cadono dall'alto. Almeno qui ci voleva un bel cataclisma!

Le scenografie sono di gusto cinese e i costumi sono incongruamente lussuosi con ricchissimi ricami. Giustamente sono salite sul palco a ricevere gli applausi anche le costumiste del teatro.

Pinchas Steinberg dirige correttamente uno spartito che conosce bene ma di cui non sembra abbia voglia evidenziare le sorprendenti ricchezze orchestrali. I tempi scelti sono poi talora fin troppo rilassati.

Dopo tanto bel canto italiano, Gregory Kunde ritorna a quel repertorio francese in cui ha sempre potuto esprimere al meglio la grazia della voce – il suo Nadir dei Pêcheurs de perles di Bizet è stato tra i massimi di ogni epoca. Kunde riporta sulla scena un Samson lirico, dopo che nel secolo passato il ruolo aveva toccato un vertice drammatico con Del Monaco o Vickers. La sua prestazione rivela ancora una volta il miracolo di una voce che continua a sorprendere per freschezza, potenza ed eleganza. La sua presenza scenica non è però aiutata dalla regia, e risulta impacciata e statica. Così ne risente il personaggio, poco sviluppato.

Debuttante nella parte è invece Daniela Barcellona, anche lei a suo agio nell'opera francese, pensiamo a Les Troyens. Il ruolo di Dalila è vocalmente più impegnativo di quello di Didone ed i passaggi di registro non hanno la fluidità che ci si aspetterebbe, anche se il timbro è sempre bello e gli acuti ben piazzati. Anche qui la regia ha gravemente ipotecato la definizione del personaggio e la femme fatale è diventata un'antipatica megera. 

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