Produced by the Rossini Opera Festival and presented last summer in Pesaro with Davide Livermore's staging, Il turco in Italia arrives now in Bologna in a reprise that was to have been conducted by Alberto Zedda, but the musicologist and founder of the festival passed away just a few days earlier. This performance was thus dedicated to the memory of this tireless supporter of the acclaimed festival, a renowned scholar of Rossini's operas and one of the foremost protagonists of the composer's revival in the past century.

<i>Il turco in Italia</i> © Rocco Casaluci
Il turco in Italia
© Rocco Casaluci

The same Zedda had accurately pointed out similarities and differences between this work and the more popular Italian Girl in Algiers, written by Rossini the previous year. Angelo Anelli's 1813 libretto for L'italiana is in line with the typically ridiculous actions of traditional opera buffa, regardless of consistency with the characters that are abstract comic prototypes. In Felice Romani's libretto for Il turco, the humour comes from the everyday behaviour of bourgeois people expressing true feelings. Here the characters themselves decide the development of the plot in an ingenious meta-theatrical mechanism where a poet (Prosdocimo) is searching for inspiration for a new work. In Livermore's staging this scheme becomes meta-cinematographic: Prosdocimo here has Marcello Mastroianni's features in Fellini's film 8 ½.

Alfonso Antoniozzi (Prosdocimo) © Rocco Casaluci
Alfonso Antoniozzi (Prosdocimo)
© Rocco Casaluci

Livermore reminds us that Fellini and Rossini were children of the same land: the first was born in Rimini, the second in Pesaro, 40 km further south on the Adriatic coast. The idea that the director consistently develops his story throughout the performance is therefore not entirely far-fetched: the librettist is turned into the writer/director of the two intersecting stories of Don Gironio and Fiorilla, the inept husband and her coquettish wife, and Selim and Zaida, the Turkish prince and his unjustly repudiated wife.

In this fellinian transposition, Livermore can't do without the circus theme, ergo the "chorus of gypsies, Turks and masks" becomes a colourful troupe of lion-tamers, acrobats, trapeze artists and clowns and here Gianluca Falaschi's costumes are gorgeous as usual. Zaida is the ever-present freak, the bearded woman. Prosdocimus/Federico is surrounded by the female characters of his films and Fiorilla rides a scooter in a dress with black and white polka dots, the same as the actress Claudia Cardinale. The Turkish Selim is The White Sheik and Narciso a priest in long robes, a standard presence in Fellini's world.

Hasmik Torosyan (Fiorilla) and Simone Alberghini (Selim) © Rocco Casaluci
Hasmik Torosyan (Fiorilla) and Simone Alberghini (Selim)
© Rocco Casaluci

The performance begins with the screening of film tests for the main characters and ends with the shooting of the last scene with the reunion of the couples – although in the last frame the flirtation game between Fiorilla and Selim does not seem a thing of the past. Before, the poet was busy with his typewriter to supply cues to his characters.

The only performer reprising their role from the Pesaro production is Nicola Alaimo. Here he refined his role of Don Geronio even more and delivered a perfectly focused character, both vocally and scenically. Though initially his awkward shape can cause a smile, he soon earned empathy from the audience that felt compassion and affection for this "weak and fearful husband". Even Fiorilla's character at the end touched those strings of compassion, when she was banished by her husband and sang "Everything is lost. Peace, husband, honour." Here Hasmik Torosyan, after having exhibited her gifts for coloratura, pulled out convincing emotional tones, although the Armenian soprano has something tinny in her voice that is not always pleasant on the ear.

Nicola Alaimo (Don Geronio) © Rocco Casaluci
Nicola Alaimo (Don Geronio)
© Rocco Casaluci

Simone Alberghini's Selim was correct but lacked the flair that his character should exhibit. Alfonso Antoniozzi compensated for this lack with his consummate theatricality in Prosdocimus' role. The style of Maxim Mironov, Don Narciso, was fine but his small voice didn't help him emerge in ensemble passages where he was sometimes covered by music.

The conducting of Christopher Franklin was not inspired and sometimes lacked zest. Nonetheless, in the end the public was well disposed and rewarded the performance with warm cheers.

 

Il Turco a Bologna in memoria di Alberto Zedda

Prodotto dal Rossini Opera Festival (ROF) e presentato a Pesaro la scorsa estate nella messa in scena di Davide Livermore, Il turco in Italia è ora a Bologna in una ripresa che doveva essere diretta dal maestro Alberto Zedda, ma il musicologo e fondatore del ROF ci ha lasciato proprio pochi giorni fa. La rappresentazione è stata dunque dedicata al ricordo dell'instancabile animatore della prestigiosa rassegna e uno dei massimi fautori della Rossini Renaissance della nostra epoca.

Lo stesso Zedda, grande esegeta dell'opera rossiniana, aveva puntualmente precisato somiglianze e differenze tra questo lavoro e la più nota Italiana in Algeri dell'anno precedente: nel melodramma dell'Anelli del 1813 il libretto allineava azioni inverosimili tipiche dell'opera buffa tradizionale – quella che Stendhal definiva folie organisée – senza curarsi della compatibilità con i personaggi, prototipi astratti di comicità; nella vicenda del Romani de Il turco in Italia invece l'umorismo deriva dai comportamenti quotidiani di persone di stampo borghese dotate di sentimenti veri. Qui sono i personaggi stessi a determinare il procedere del dramma in un ingegnoso meccanismo meta-teatrale in cui un librettista è in cerca di ispirazione per il testo di una nuova opera. Nella lettura di Livermore questo espediente diventa meta-cinematografico: il poeta Prosdocimo ha qui le fattezze di Marcello Mastroianni nel film di Fellini 8 ½.

Il regista ci ricorda infatti che Fellini e Rossini sono figli della stessa terra: il primo è nato a Rimini, il secondo a Pesaro, 40 chilometri più a sud sulla costa adriatica. Non è quindi del tutto campata in aria la lettura che il regista svolge con coerenza per tutto lo spettacolo con Prosdocimo, il librettista, trasformato in sceneggiatore/regista della vicenda delle due storie intersecanti di Don Gironio e Fiorilla, il marito inetto e la moglie capricciosa, e di Selim e Zaida, il principe turco all'estero e la moglie ingiustamente ripudiata.

La trasposizione felliniana di Livermore non può fare a meno del circo ed ecco allora che il «coro di zingari, zingare, turchi e maschere» diventa una variopinta troupe circense (stupendi come sempre i costumi di Gianluca Falaschi) di domatori, saltimbanchi, trapezisti e clown. Anche Zaida è un immancabile personaggio del circo, la donna barbuta. Prosdocimo/Federico si muove attorniato dalle sue creazioni femminili mentre Fiorilla si muove in Lambretta e ha l’abito a pois bianchi e neri dell'attrice Claudia Cardinale. Il turco Selim è lo Sceicco bianco e Narciso un prete in tonaca lunga, presenza costante nelle pellicole del regista romagnolo.

Lo spettacolo inizia con la proiezione dei provini per i personaggi principali e termina con la ripresa dell'ultima scena con la ricomposizione delle coppie, anche se nell'ultima inquadratura il flirt tra Fiorilla e Selim non sembra del tutto concluso. Nel frattempo il poeta si era affannato sulla macchina da scrivere per le battute da fornire ai suoi personaggi.

L'unico interprete già presente nella produzione pesarese è Nicola Alaimo 
che qui raffina ancor più il suo ruolo di Don Geronio, facendone un personaggio perfettamente a fuoco sia vocalmente sia scenicamente. Se inizialmente la sua impacciata figura può provocare qualche sorriso, ben presto si guadagna invece l'empatia di tutto il pubblico che prova compassione e affetto per questo «marito debole e pauroso». Anche il personaggio di Fiorilla nel finale tocca le corde della compassione quando viene scacciata dal marito e canta «Tutto ho perduto. Pace, marito, onor, intendo...». Qui Hasmik Torosyan dopo aver esibito le sue doti di agilità, tira fuori toni di grande espressività, anche se il soprano armeno ha un che di metallico non sempre piacevole nel timbro della voce.

Il Selim di Simone Alberghini è corretto ma manca dei tratti mattatoriali che il suo personaggio dovrebbe esibire. Ci pensa Alfonso Antoniozzi a compensare tale mancanza con la consumata teatralità che caratterizza il suo ruolo di Prosdocimo. Lo stile di Maxim Mironov, Don Narciso, è eccellente, ma il non grande volume non emerge nei concertati e la voce è talora coperta dalla musica.

La direzione d'orchestra di Christopher Franklin non entusiasma e manca di verve, cionondimeno alla fine il pubblico rimane convinto e tributa un caloroso successo allo spettacolo.