Parma's Verdi Festival presents less frequented versions of the composer's output. After opening with Macbeth in its 1847 original edition, it is now the turn of Le trouvère, the Parisian version of Il trovatore, adapted in 1857. 

Nino Surguladze (Azucena) © Lucie Jansch
Nino Surguladze (Azucena)
© Lucie Jansch

Obviously, Verdi had to add a ballet in Act 3 that was requested in the French capital, but Azucena's role underwent some changes too, with 24 extra bars to her tale when she tries to raise the Count's compassion. Act 4 was also modified: Leonora is deprived of her cabaletta, thus shifting the dramaturgical balance of the opera towards Azucena, who becomes the main character in this version, stating the predominance of Manrico's love for her mother above his love for Leonora. The fact that Azucena is not his real mother adds a further mocking element of tragedy to the story. The finale becomes more complex, with the return of the Miserere theme and some more verses. Other minor changes concern Leonora's arias, dictated by the need to adapt the role for soprano Pauline Gueymard-Lauters in Paris.

In addition to the rarity of the performance, the location and the staging are two more elements of interest. For the third, and perhaps last time, the Verdi Festival chose the Teatro Farnese, but excepting Graham Vick, who used the extraordinary spaces of the wooden hall inside in an ingenious way for Stiffelio last year, other directors have been intimidated by the space and have not taken advantage of its peculiarities. Robert Wilson, entrusted with staging this Trouvère, is no exception: the audience sits in the lower part of the hall, the action takes place on the small stage and the surrounding curved flight of steps remain empty, unused. In the huge environment, the sound reverberates excessively while the voices down there in that little box sound faded. 

Giuseppe Gipali (Manrique) and Roberta Mantegna (Léonore) © Lucie Jansch
Giuseppe Gipali (Manrique) and Roberta Mantegna (Léonore)
© Lucie Jansch

Roberto Abbado, conducting the Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, adapted to the director's vision and after becoming accustomed to the particular acoustics of the place one appreciated his approach enhancing the instrumental colours of the score while the melodic outbursts never become melodramatic. The French Trouvère is less hot-tempered than the Italian Il trovatore and Abbado perfectly captures its essence.

Giuseppe Gipali is not an heroic Manrique: here the protagonist was more romantic, his vocal line was elegant, perhaps lacking in passion, but his high notes were steady and bright. Franco Vassallo was an authoritative and powerful Comte de Luna, the most celebrated singer of the evening. Roberta Mantegna was a sensitive Léonore characterised by a particular old school vibrato. The soprano highlighted good bel canto qualities in her variations composed for the French edition that gave to her role an almost Massenet accent. Nino Surguladze was a vocally convincing, young, attractive Azucena. The French diction was somewhat approximate for the supporting roles and chorus, while for the main interpreters it was more than acceptable.

Franco Vassallo (Le Comte de Luna) © Lucie Jansch
Franco Vassallo (Le Comte de Luna)
© Lucie Jansch

If you think of a colour to match Il trovatore you would probably think of the red of the stake narrated at the beginning of the opera or of the real one at the end, not to mention the fire of the passions within. Instead, Wilson plunges the story into a freezing lunar atmosphere enclosed in a grey-walled box with bright rectangles and doors of different heights. His staging is the antithesis of the grand-opéra spirit of the Parisian Trouvère and the passionate and emotional tangles intertwined among the protagonists are immersed in a fish tank populated by two-dimensional figurines. Better, they come out purified: the geometry of the relationships is reflected in his minimalist scenery, an architectural construction of great charm. The action in Trovatore is fast-paced, but Wilson's staging moves in slow motion. 

<i>Le Trouvère</i>, Act 3 ballet © Lucie Jansch
Le Trouvère, Act 3 ballet
© Lucie Jansch

While some ideas are naive (like the lights that intensify in the most dramatic moments, or the presence on stage of characters absent from the plot), other are surprising such as the ballet in Act 3: instead of a more or less traditional choreography, some boxers enter the scene and fill these endless twenty minutes with their skips. On a chair, an old man with a white beard – who could initially be mistaken for Verdi himself – looks like Degas, without his ballerinas. In the background, a nurse returns with her pram, this time reduced to a skeleton, burnt at the stake.

Forty years ago, just after Einstein on the Beach, they asked Wilson to stage an opera by Verdi and the Texan director replied "I'll never do Verdi!". This is his fourth Verdi production.

 

Il Trovatore lunare di Robert Wilson a Parma in antitesi con il grand opéra

Continua la proposta del Festival di Parma di opere di Verdi in versioni meno frequentate. Dopo l'inaugurazione col Macbeth nella versione originale del 1847, è ora la volta di Le trouvère, edizione parigina de Il trovatore, adottata nel 1857.

Ovviamente erano stati aggiunti i ballabili di prammatica per le abitudini teatrali della capitale francese, ma anche la parte di Azucena aveva subito alcune modifiche con l'aggiunta di 24 battute alle 72 del suo racconto con cui nel terzo atto cerca di impietosire il conte. Modificato è anche l'ultimo atto: Leonora perde la cabaletta della sua aria spostando così l'equilibrio drammaturgico dell'opera sulla figura di Azucena, che in questa nuova versione è dominante, affermando così il predominio dell'amore di Manrico per la madre sull'amore per Leonora – e il fatto che Azucena non sia la vera madre aggiunge un ulteriore beffardo elemento alla tragica vicenda. Il finale diventa più complesso, con la ripresa del tema del Miserere e alcune battute in più. Altre piccole modifiche riguardano soprattutto le arie di Leonora, dettate dalla necessità di adattare il ruolo a quello parigino, interpretato dal soprano Pauline Gueymard-Lauters.

Oltre alla rarità della proposta, altri due sono gli elementi di curiosità dello spettacolo: la location e la messa in scena. Per la terza e forse ultima volta il Festival Verdi sceglie il Teatro Farnese per allestire un'opera di Verdi, ma a parte l'exploit di Graham Vick che l'anno scorso aveva utilizzato in maniera geniale gli spazi straordinari della sala lignea all'interno del Palazzo della Pilotta per il suo Stiffelio, gli altri registi si sono dimostrati intimoriti dall'ambiente e non ne hanno sfruttato le peculiarità. Non fa eccezione neppure Robert Wilson a cui viene affidata la messa in scena di questo Trouvère: il pubblico siede nella parte bassa della sala, l'azione avviene sul piccolo palcoscenico e le gradinate rimangono vuote, inutilizzate. Nell'enorme ambiente il suono riverbera in maniera eccessiva mentre le voci laggiù in quella piccola scatola risultano affievolite e intubate. 

Roberto Abbado alla guida dell'Orchestra del Comunale di Bologna si adatta alla visione del regista e dopo essersi abituati alla particolare acustica del luogo si apprezza il suo approccio alla partitura di cui esalta i colori strumentali e gli slanci melodici che non eccedono mai nel melodrammatico. Il Trouvère francese è meno sanguigno di quello italiano e Abbado ne coglie perfettamente l'essenza.

Giuseppe Gipali non è un Manrico eroico: qui il protagonista è più romantico, la linea di canto è elegante, manca forse di passionalità, ma le sue invettive sono coronate da acuti emessi con sicurezza e luminosità. Franco Vassallo è un Conte di Luna autorevole e poderoso, il più festeggiato della serata. Roberta Mantegna è una Leonora sensibile caratterizzata da un particolare vibrato vecchia scuola. Il soprano mette in evidenza buone doti di belcantista nelle variazioni appositamente scritte per la parte francese che danno al suo ruolo un accento quasi massenettiano. Vocalmente efficace è l'Azucena giovane e attraente di Nino Surguladze. Dizione un po' approssimativa per comprimari e coro, più che accettabile quella degli interpreti principali. 

Se si pensa a un colore da abbinare al Trovatore si pensa al rosso del rogo che ha arso il neonato di cui si racconta a inizio opera o della pira con cui si conclude, per non dire del fuoco delle passioni che avvincono i protagonisti di questo drammone spagnolo. Bob Wilson immerge la vicenda in una fredda atmosfera lunare racchiusa in una scatola dalle pareti grigie in cui si aprono rettangoli luminosi e porte di altezza diversa. La sua lettura è in totale antitesi con lo spirito da grand-opéra del Trouvère parigino e i grovigli passionali ed emotivi intrecciati fra i protagonisti sono immersi in un acquario popolato da figurine bidimensionali. Meglio, ne escono depurati: la geometria delle relazioni si rispecchia nella sua lettura minimalista, una costruzione architettonica di grande fascino. Tanto l'azione del Trovatore è veloce, quanto rallentato è il passo della messa in scena di Wilson. 

Assieme a trovate come le luci che intensificano l'intensità nei momenti più drammatici o la presenza in scena di strani personaggi avulsi dalla vicenda, sorprende invece la soluzione dei ballabili del terzo atto: invece di una coreografia più o meno tradizionale, entrano in scena dei pugili che con i loro saltelli riempiono questi interminabili venti minuti. Su una sedia un vegliardo dalla barba bianca, che prima si poteva scambiare per Verdi, ora sembra Degas senza le sue ballerine. Sul fondo ripassa la balia con la carrozzina, ora ridotta a scheletro dopo il rogo.

Quarant'anni fa, subito dopo Einstein on the Beach, gli avevano chiesto di mettere in scena un'opera di Verdi e il regista texano aveva risposto «Non farò mai Verdi!». E invece, eccolo qua alla sua quarta produzione verdiana. 

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